accedi | registrati | 17-11-2019

Due indagini sulle ingerenze della ‘ndrangheta con la Pubblica Amministrazione e la Politica

Svelati gli “invisibili”, colpo alla Riservata

di Federico Minniti 19/07/2016

Per anni sono stati intercettati, fino a raggiungere cinquecentomila captazioni da allegare alle prove indiziarie. Basterebbe questo numero, colossale, per declinare l’operazione “Mammasantissima” al tempo infinito nel vasto capitolo delle indagini di contrasto alla ‘ndrangheta. Ma il Sostituto Procuratore, Giuseppe Lombardo, ha – nella sua opera enciclopedica – unito stralci e sentenze dei processi più importanti, inerenti fatti di ‘ndrangheta, dell’ultimo ventennio.
Nel mirino per una volta sono finiti gli “invisibili”, i componenti della cupola riservata della ‘ndrangheta, capaci di orientare consensi e prebende e monopolizzare la vita pubblica di Reggio Calabria, ma non solo. Avevano obiettivi più alti, le eminenze grigie fermate: l’infiltrazione costante e corrosiva nei gangli istituzionali mirava agli scranni di Roma e Bruxelles, per veicolare i soldi nelle casse dei clan i quali avevano consegnato a loro, i “riservati”, le chiavi strategiche dei propri business. Paolo Romeo e Giorgio De Stefano avrebbero agito in simbiosi in apice della cupola, lavorando per conto della Provincia, organismo della ‘ndrangheta unitaria, di cui i dominus indiscussi sono gli arcoti dei De Stefano-Tegano. In manette anche il funzionario regionale, Francesco Chirico, cognato dei De Stefano e ritenuto un operativo della “Super Loggia”. Tutte le consorterie, ormai, ragionavano con una vista d’insieme: da San Luca a Rosarno attendevano le indicazioni del vertice coperto. Soprattutto quando si trattava di elezioni.
Dall’ordinanza, firmata dal Gip Santoro, emerge come Paolo Romeo avesse insito il ruolo di guida dell’elettorato mafioso, a tal punto da essere lui baricentrico nel “trasferimento” di questi consensi da Italo Falcomatà, che secondo diversi pentiti sarebbe stato “nelle mani” del Supremo, il boss Pasquale Condello, a Peppe Scopelliti. L’uomo per ogni stagione era Alberto Sarra che sarebbe stato il dante causa, per quasi un decennio, per poi abbandonare la sua “creatura” Scopelliti dinnanzi alla “santa”. È Sarra, secondo gli inquirenti, a tirare le fila e trovare gli equilibri dal 2002 al 2010 nell’ascesa politica sia del sindaco del “Modello Reggio”, sia del Presidente della Provincia dell’epoca, Pietro Fuda.
Soggetti nelle “grazie” della santa, ma di un livello inferiore al senatore Antonio Caridi, ritenuto più affidabile e organico, seppur con ruolo operativo, all’organizzazione criminale. Caridi è “cosa” di Romeo e di De Stefano, quindi dei clan. Non hanno dubbi i magistrati che avvalorano questa tesi con video e foto che ritraggono il senatore di Forza Italia intento a ricevere indicazioni dallo stesso Romeo od addirittura ad incontrare i potentissimi boss Pelle.
Se l’operazione “Mammasantissima”, coordinata dai ROS dei Carabinieri, ha svelato questo intreccio perverso tra massoneria deviata, ‘ndrangheta e politica, pochi giorni prima il Pubblico Ministero, Stefano Musolino, aveva firmato un’altra ordinanza campale. Figura centrale dell’indagine “Reghion” è il dirigente plenipotenziario dei Lavori Pubblici del Comune di Reggio Calabria, Marcello Cammera. Con lui in manette imprenditori ed altri funzionari pubblici, nonché il fratello di recente candidato a sostegno dell’attuale sindaco, Giuseppe Falcomatà, alle ultime consultazioni amministrative. L’architetto Cammera era anch’esso parte integrante della cupola, era in sintesi la longa manus del duo forense Romeo-De Stefano al Ce.Dir.; appalti pilotati, “somme urgenze”, mazzette. C’è un giro vorticoso di denari che Cammera drenava a favore dei clan per mezzo di ditte, secondo la Procura, “prestanome” della criminalità organizzata.
Cammera dopo un regno, mai messo in discussione, già da metà degli anni Novanta, aveva ricevuto un “alt” dall’Assessore in carica ai L.L.P.P., Angela Marcianò. Una querelle che è costata il trasferimento in altro settore, seppur lo stesso Cammera aveva “tenuto” per sé la responsabilità delle opere appaltate. Poi l’esplosione della macchina della Marcianò e l’indagine con la sospensione per lui e per il collega Bruno Fortugno dai pubblici uffici. Le operazioni “Reghion” e “Mammasantissima” si uniscono alle ultime “Fata Morgana” e “Sistema Reggio” per comporre un quadro accusatorio verso quelli che vengono ritenuti i vertici, sinora, intoccabili della ‘ndrangheta.

Partecipa alla discussione

Esegui il login
Copyright 2016-2019 © avveniredicalabria.it | Tutti i diritti sono riservati | Responsabile: Davide Imeneo
Arcidiocesi di Reggio Calabria - Bova | Via Tommaso Campanella, 63 – 89127 Reggio Calabria
Credits Web Agency a Reggio Calabria - Arti Creative