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Il rapporto 2017: mozzarella ai casalesi, pane alla camorra, carne alle ’ndrine

Agromafie, a tavola affari per 21 miliardi

di Redazione Web 16/03/2017

La mozzarella di bufala del clan dei 'casalesi', il pane della cosca camorrista Lo Russo, la carne della 'famiglia' ’ndranghetista Labate, l’olio del superlatitante di 'cosa nostra' Matteo Messina Denaro, per finire con l’ortofrutta del fratello di Totò Riina, Gaetano, e gli agrumi del potentissimo clan dei Piromalli della Piana di Gioia Tauro. Così i più importanti gruppi criminali si dividono l’affare di quello che finisce nel nostro piatto. Le cosche a tavola, come denuncia Coldiretti nel quinto rapporto 'Agromafie 2017', elaborato con Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare. Un affare in fortissima crescita. Infatti il volume complessivo è salito a 21,8 miliardi di euro, con una crescita di ben il 30% nell’ultimo anno. Una stima per difetto, sottolineano i curatori del rapporto.
Affari non più limitati al Sud. Infatti la graduatoria delle province rispetto al fenomeno, se fotografa una concentrazione soprattutto nel Mezzogiorno, evidenzia la presenza nella 'top ten' di importanti realtà come Genova e Verona, rispettivamente al secondo e al terzo posto dopo Reggio Calabria per i traffici del falso 'made in Italy'. A Genova per l’olio, spacciato come italiano e invece estero e di minore qualità. A Verona per l’importazione di suini dal Nord Europa falsamente marchiati come nazionali o ancora l’adulterazione di vino e grappa. Anche questi finiscono sulle nostre tavole ingrassando il piatto della criminalità. Che si arricchisce anche grazie allo sfruttamento dei lavoratori nei Paesi dai quali importiamo. Dal riso asiatico alle conserve di pomodoro cinesi, dall’ortofrutta sudamericana e africana, quasi un prodotto su cinque che arriva nelle nostre case non è stato raccolto e lavorato seguendo le normative in materia di tutela dei lavoratori. Importazioni che molto spesso sono gestite dagli stessi clan mafiosi, come emerso nell’ultima inchiesta sugli affari dei Piromalli in Turchia, dove si intrecciano sfruttamento, contraffazione, traffici di armi e droga, e legami col terrorismo. Per il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo, «le agromafie vanno contrastate nei terreni agricoli, nelle segrete stanze in cui si determinano in prezzi, nell’opacità della burocrazia, nella fase della distribuzione di prodotti che percorrono centinaia e migliaia di chilometri prima di giungere al consumatore finale, ma soprattutto con la trasparenza e l’informazione dei cittadini che devono poter conoscere la storia del prodotto nel piatto».
«La criminalità organizzata non è costituita solo dalle mafie, ma anche da centrali economiche che nel campo dei reati agroalimentari si muovono con lo stesso schema riscontrato nel traffico illecito di rifiuti» dice il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, insistendo anche sul livello sovranazionale: «Le frodi comunitarie imporrebbero la creazione di una procura europea, ma questo progetto sta stagnando e non si vede come portarlo avanti». Ne parla anche la presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi. «Sappiamo che i fondi europei sono uno dei punti interrogativi del nostro Paese, per la nostra incapacità di spenderli e per la capacità delle mafia nell’utilizzarli».
Servono dunque nuovi strumenti, come sottolinea Giancarlo Caselli che ha guidato la commissione che ha lavorato per aggiornare la legislazione. «L’evoluzione della mafia, la sua capacità di adattamento è la storia stessa della mafia. A questo dovrebbe corrispondere un’evoluzione dei mezzi giudiziari». «Siamo all’ultimo miglio: il testo di legge è al Dipartimento affari legislativi di Palazzo Chigi, penso che rapidamente debba avere una risposta che la avvii al Parlamento », assicura il ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Mentre per il ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, la legge contro il caporalato «è una pietra miliare» e «sta iniziando a dare i risultati giusti». Proprio oggi è in programma un incontro tra Martina e il ministro dell’Interno Marco Minniti per fare il punto, «sul piano di accoglienza dei migranti per la raccolta stagionale nelle campagne previsto dalla legge sul caporalato che prevede anche il coinvolgimento degli enti locali e delle organizzazioni di terzo settore». «Un Paese civile non può permettersi ghetti – afferma Minniti –, per quanto mi riguarda la questione di Rignano è l’inizio che porterà a cancellare i ghetti dei lavoratori sfruttati». Mentre il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone sostiene che «il comparto dell’agricoltura si presta moltissimo al riutilizzo dei beni confiscati. Ma c’è una serie di criticità, luci ed ombre» in un campo «in cui bisogna investire, perché l’utilizzo dei beni confiscati rappresenta una risposta che lo Stato deve dare per far capire come non sia solo repressione».

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