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Sulle tracce del modello di paternità nelle Sacre Scritture

C’è un esempio che viene dall’alto

di Redazione Web 20/03/2017

di Salvatore Santoro * - Per capire le categorie con le quali, nella Bibbia e, più in generale, nel Vicino Oriente Antico, viene descritta l’identità e la responsabilità della figura paterna, è necessario riferirsi in modo diretto ed inequivocabile a Dio, la cui paternità viene posta – secondo le leggi dell’analogia – a paradigma di ogni paternità terrena. Dunque soltanto analizzando i “tratti” della paternità di Dio, possiamo dedurre una sorta di identikit di come, per la Bibbia, si debba essere padri. In verità, nell’Antico Testamento il tema della paternità di Dio non è tra quelli più ricorrenti ed utilizzati: lo troviamo pressappoco una ventina di volte e, in questi casi, Jhavé, di norma, non è presentato come padre del singolo israelita, ma, prevalentemente, come padre del popolo di Israele. È più comprensibile, per l’ebraismo, immaginare e definire Dio come creatore o salvatore, piuttosto che come padre; o, perlomeno, è facile connettere la sua condizione di padre a quella di creatore e di salvatore. Pian piano Israele capisce che la premura provvidente di Jhavé nei confronti del popolo è, sia pure analogicamente, manifestazione della sua paternità e del suo amore «geloso»; emerge, così, uno scenario interessante nel quale è più agevole collocare il concetto che stiamo esaminando: l’orizzonte biblico dell’alleanza.
Nel secondo libro di Samuele si legge: «io sarò per lui (Israele) un padre, ed egli sarà per me un figlio», formula che riprende quella, classica, con cui Jhavé sancisce il patto con il suo popolo: «Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo». L’esperienza dell’alleanza, dunque, chiarisce meglio il concetto di paternità di Dio e la Scrittura, utilizzando una sorta di suggestivo vocabolario tipicamente genitoriale, presenta un “Dio–padre–educatore” autorevole, esigente e rigoroso, ma sempre premuroso e paziente, nonostante il suo popolo sia, spesso, ribelle e infedele. La paternità divina, inoltre, non è mai astratta: Dio è sempre presente e coinvolto nella storia del suo popolo, e ne è padre proprio in quanto lo genera in modo permanente, affrancandolo da ogni schiavitù. E, se è vero che Jhavé non tollera di essere «barattato» o sostituito con altri idoli e che, nei confronti del popolo, sa adirarsi, rimproverare e correggere, è altrettanto vero che Egli perdona sempre, e «la sua collera dura un istante» perché il suo «..cuore si commuove, ed il suo intimo freme di compassione». Nel Vangelo, infine, Gesù rivela che Dio è una persona che, nella preghiera, ciascuno può chiamare Padre: non si tratta di attribuire a Colui che rimane il Totalmente Altro la “qualità di padre”, ma di riconoscere che la sua persona divina si definisce proprio (e solo) attraverso la sua paternità. Rivelando la persona del Padre, Gesù mostra ai suoi discepoli che in Lui risiede il modello di ogni paternità. «Dio – afferma Benedetto XVI – è quel Padre che nutre gli uccelli del cielo senza che essi debbano seminare e mietere, e riveste di colori meravigliosi i fiori dei campi, con vesti più belle di quelle del re Salomone; e noi – aggiunge Gesù – valiamo ben più dei fiori e degli uccelli del cielo! Per questo potremo sempre, senza paura e con totale fiducia, affidarci al suo perdono di Padre quando sbagliamo strada..». La paternità di Dio, dunque, è davvero modello della paternità umana, perché genera e mai abbandona, nutre e sempre provvede, soffre e non si sostituisce alla libertà, corregge con tenerezza, ma esige fedeltà e coerenza.

* Rettore del Seminario Arcivescovile "Pio XI"

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