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Il confronto con don Ennio Stamile, coordinatore regionale di Libera

«Solo le sentenze educheranno le coscienze»

di Davide Imeneo 21/03/2017

Abbiamo incontrato don Ennio Stamile in occasione del 21 marzo, giornata di memoria e impegno per le vittime innocenti di mafia, che si terrà a Locri. Un confronto asciutto che guarda «negli occhi» ai problemi di “questa” Calabria.

Cafiero de Raho in un’intervista esclusiva rilasciata al nostro settimanale ha detto che «la ‘ndrangheta “cancella” la memoria». Lei è d’accordo?

«Ne sono da anni profondamente convinto, anch’io. Le mafie in generale tendono per loro stessa natura ad uccidere due volte. Dopo l’omicidio si impegnano a far di tutto per cancellare la memoria: o gettando fango nei confronti della vittima e dei loro familiari oppure tendono ad addomesticare le coscienze, per cancellare il ricordo».

Eppure negli ultimi anni si è prolificata una vera e propria “letteratura” sulle mafie. Quale è – in tal senso – il ruolo degli organi dell’informazione?

«Un grande impegno da parte di tanti giornalisti e testate si sta registrando in Calabria e in tutto il meridione. Molti di questi, ricordiamolo, vivono sotto scorta, perché minacciati dalla criminalità organizzata che vuole impedire in tutti i modi che si conosca e si divulghi la verità. Sono in tanti grazie a Dio che come Pippo Fava, giornalista ucciso dalla mafia, hanno “un concetto etico di giornalismo”. Pippo era convinto, e ne sono fortemente persuaso anch’io, che “un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni”.  Oggi, come ieri, di questo tipo di giornalismo ne abbiamo estremo bisogno».

A tal proposito in una sua riflessione pubblicata dal nostro giornale, lei ha spiegato come spesso ci sia una eccessiva attenzione ai processi dei giornali rispetto alle sentenze dei tribunali…

«Si, lo vado dicendo e scrivendo esattamente da un decennio. Mi preme sottolineare il ruolo che assume la sentenza per un importante filosofo ermeneuta contemporaneo Paul Ricoeur. Una duplice valenza: “a medio termine contribuisce fare chiarezza rendendo giustizia; a lungo termine contribuisce alla costruzione della pace sociale”. Ecco perché in Calabria abbiamo bisogno di sentenze, attraverso le quali educare le coscienze di giovani e di adulti».

Giornalisti, funzionari pubblici, politici. Il processo “Gotha” porta alla sbarra la famigerata “classe dirigente” di un’intera area geografica. Tutto passava dai loro intendimenti. Ma per Reggio Calabria c’è ancora speranza?

«Una cosa sta venendo finalmente a galla: l’intreccio tra ‘ndrangheta, massoneria e politica che ha consentito ad un sistema criminale come quello ‘ndranghetistico di sopravvivere per oltre un secolo e di diventare quello che oggi è diventato: una delle mafie economicamente più potenti al mondo. Certo che per la città di Reggio c’è ancora speranza. Ho sperimentato in diverse occasioni la voglia di riscatto e di coraggiosa denuncia di imprenditori, di commercianti, ma soprattutto di giovani studenti nelle diverse scuole che don Luigi Ciotti in questi giorni di preparazione al 21 marzo ha incontrato. Tanti sono i segni di speranza, anche se tanto il cammino che ancora c’è da fare come società civile e come politica e come Chiesa. I segni di speranza sono però sotto i nostri occhi, basta saperli riconoscere e non ricadere nella solita rassegnazione che contraddistingue non solo i reggini ma gran parte dei calabresi».

Ripartiamo dai beni confiscati. Su questo la politica locale sembra essersi data realmente una “svolta”. Come pensa si possa ottimizzare questo processo di restituzione alla collettività di beni che erano di proprietà delle cosche?

«Anche in questo ambito così delicato e per alcuni versi strategico della lotta alle mafie, ci sono diversi segni di speranza. Intanto bisogna evidenziare che da diverso tempo è ferma in parlamento una proposta di modifica della legge 109 sui beni confiscati, altra importante tappa del cammino pluriventennale di Libera. Poi ci tengo a sottolineare che proprio in questi giorni al Seminario San Pio X di Catanzaro abbiamo inaugurato la prima scuola regionale sui beni confiscati alla presenza significativa ed importante del Prefetto Luisa Latella. Occorre più formazione ed informazione al riguardo da parte del mondo associativo in genere e politico in particolare. Voglio altresì ricordare come nella diocesi di Locri il vescovo abbia chiesto l’assegnazione di ben tre beni confiscati. Anche questo mi sembra un segno davvero bello ed incoraggiante».

Resistenza civile». Questo il termine utilizzato per respingere le “lusinghe” del malaffare. Operativamente cosa fare? Come instillare il concetto di legalità.

«In Italia si parla di legalità da svariati decenni. Contestualmente dobbiamo constatare che aumenta la corruzione. È opportuno educare le coscienze al senso di responsabilità e di corresponsabilità, per una cittadinanza attiva capace di scelte coraggiose per il bene comune che, ricordiamolo, secondo la dottrina sociale della chiesa “è il bene di tutti e di ciascuno”. Per questo motivo è opportuno più che parlare di legalità, di giustizia sociale e di impegnarsi in tutti i modi e secondo i propri ambiti per essa. Certo, noi cristiani siamo fortunati in tal senso perché ci viene in aiuto, e non poco, la stessa Dottrina sociale della chiesa che, secondo l’insegnamento della Centesimus annus di San Giovanni Paolo II, “è parte integrante della nuova evangelizzazione”».

La Commissione parlamentare antimafia ha chiesto (e ottenuto) il sequestro degli elenchi degli iscritti alla massoneria regolare. Come giudica questo provvedimento?

«Come un normale e giusto provvedimento di trasparenza. Non vedo dove sia il problema, se la massoneria dice di non essere più una società segreta, perché non fornire i nomi? Sono rimasto molto perplesso dalle dichiarazioni rilasciate in una recente intervista al Tg3 Calabria dal gran maestro del Goi circa il paragone con i chierichetti. “Se un prete risulta indagato, ha affermato, non vedo perché bisogna fornire i nomi di tutti i chierichetti”. A parte il paragone con i chierichetti che mi sembra oltremodo riduttivo, se non addirittura offensivo rispetto ai componenti della loggia, oltre a manifestare l’atavico atteggiamento anticlericale, ma voglio ricordare al gran maestro che i chierichetti sono bambini proposti al servizio liturgico, non i primi collaboratori del sacerdote che eventualmente risultasse indagato per qualche reato».

C’è una ‘ndrangheta “politica”, quella “operativa” (con tanto di export internazionale) e una “liquida”. Quest’ultima evidenziata dal Procuratore di Cosenza, Mario Spagnuolo, è diffusissima tra i più giovani tra i 18 e i 25 anni. Come si debella la “fascinazione” del crimine?

«Io aggiungerei che c’è anche una sorta di “mentalità mafiosa” che non coinvolge solo i giovani ma un po’ tutti. Beh, i vescovi calabresi, mutuando tre verbi importanti utilizzati da un grande vescovo morto in odor di santità, don Tonino Bello, hanno ricordato che soprattutto noi cristiani siamo chiamati in Calabria ad annunciare, denunciare, rinunciare. Anche per questo rimando al clima citato sopra, dove c’è un’ ampia sezione dedicata proprio a questo, nonche’ a tutti i documenti della Conferenza episcopale calabra sulla ‘ndrangheta».

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