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Il dolore diventa impegno sociale, la memoria aiuta a resistere

Dalla parte delle vittime

di Lucia Lipari 21/03/2017

Palizzi, 29 novembre 1996. Quel mattino Celestino Fava uscì di casa per accompagnare Nino Moio a lavoro. Nino di mestiere guardava gli animali e quel giorno, per una beffa del caso, decise oltre al suo destino anche quello del giovane Celestino. Nino fu freddato da una scarica di colpi di fucile, così come Celestino, testimone infelice di un dramma che non lo avrebbe risparmiato. Una vendetta consumata nel silenzio di una campagna, che non vide mai colpevoli ne il riconoscimento di alcun giudice. Celestino, vittima innocente di un giorno e di una mano crudele, venne riconosciuto tale anche dalla legge 512/99, appena pochi anni dopo. Totò e Anna, la madre, portano la foto di quel figlio strappato in un medaglione, le loro vesti nere, indossate ancora oggi, segnano un lutto dell’anima che non passerà mai. Celestino, che come tutti i ragazzi scriveva i suoi sogni sui libri di scuola, tesori gelosi di casa Fava, con il fratello gemello Antonino condivideva la giovinezza, l’amore dei due genitori, l’amore per il calcio e per la musica. Celestino era sassofonista nella banda di Palizzi, mentre Antonino percussionista. Oggi è cambiato tutto, tranne la resistenza di una famiglia che è stata capace di trasformare il dolore in impegno e l’impegno in memoria viva. Gioia Tauro, 25 settembre 1998. Un altro mattino, un’altra storia. Era da poco cominciata la scuola e verso le ore 7:30, dentro il palazzo dell’Upim, tra i pianerottoli illesi era esploso un gran trambusto. Niente scuola quel giorno, la quiete apparente era stata violata ed un uomo nobile non c’era più. Luigi Ioculano era un medico di famiglia, un padre meraviglioso, uno zio indimenticato, un amico caro. In lui i sogni di ogni cittadino responsabile: l’amore verso una comunità, l’attenzione ai bisogni della sua città, le denunce su questioni cruciali di quegli anni, come il termovalorizzatore o gli appalti pubblici. Era convinto che è la cultura a generare il cambiamento, a smuovere coscienze sopite e dare alla città di Gioia Tauro una nuova classe dirigente ed amministrativa. Così non è stato perché i suoi tentativi di rivoluzione, la sua Agorà, l’associazione creata con alcuni amici, non sono riusciti a scrostare lo strato di una parte di società troppo sporca da ripulire. Si passano a setaccio i suoi movimenti, la sua vita e si arriva così a processo, un beffardo primo grado di giudizio sembra restituire dei volti all’omicidio di “Gigi” ma l’impianto accusatorio crolla in Corte d’appello e poi in Cassazione. A nulla è valso il ricorso della Procura della repubblica di Palmi, dinanzi alle disposizioni di una sentenza che cassava speranze di trovare verità e giustizia. Resta l’orgoglio di chi lo ha conosciuto, la fierezza di una famiglia, l’esempio che ci ha lasciato in eredità in molti suoi scritti: «abbiamo individuato nella cultura una delle terapie più utili per contribuire a guarire la società dai malanni e dai veleni che l’appestano. Più l’uomo è istruito e colto, più sa servirsi, con discernimento, di tutto ciò che conosce, usandolo per il bene e per l’uomo, certamente non per il male e contro l’uomo». La memoria è un percorso intenso, che scava nel passato, recupera la nostra storia più nobile, quella di chi ha resistito, fatta del sangue dei giusti, quella più violenta di chi ha affogato questa resistenza nel sangue, e quella più scomoda di chi si è voltato dall’altra parte, di chi è stato complice. Sentire sempre viva la necessità di continuare a fare memoria, di prestare la nostra voce, le nostre vite deve essere l’obiettivo di ogni comunità. Ricostruire e diffondere le storie, associando ai nomi un volto, significa sia salvaguardare il loro diritto al ricordo che assolvere il nostro dovere sociale di fissarli nella memoria collettiva, sottolineando la dimensione pubblica di questi drammi privati. «La memoria è questione di resistenza, non di fiori deposti sulle tombe», per questo va dato fiato alla speranza. Va ricostruita attorno a noi vita, per restituire il dovere alla memoria per chi non c’è più. Una memoria dovuta, funzione sociale in una terra stremata, che strappi al buio ed all’oblio i nomi di chi ha pagato a caro prezzo l’esserci nato.

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