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C’è una perizia comunale in cui si dichiara «il rischio per l’incolumità pubblica»

La fonte del dissesto: San Salvatore vacilla [FOTO-REPORTAGE]

di Davide Imeneo 27/03/2017

Può una «perdita» idrica sversare acqua sul manto stradale per dieci anni? La risposta è: «Sì». Accade a pochi chilometri dal centro di Reggio Calabria, in località San Salvatore di Cataforio dove ormai gli abitanti hanno fatto l’abitudine a convivere con il rivolo che deriva dall’acquedotto comunale sito sul territorio della frazione collinare. Già altre testate locali avevano attenzionato il problema come Il Quotidiano della Calabria del 13 febbraio 2007: «L’instabilità di San Salvatore». Un titolo inequivocabile che parte da una perizia, stilata addirittura del 1996, che parla chiaramente di «rischio dissesto ideogeologico». Ventuno anni addietro l’allarme. Perpetuato nel tempo dai cittadini. Le prime denunce – documentate dai residenti – risalgono invece al 2008. Di pazienza gli abitanti di San Salvatore ne hanno avuta sin troppa. Dagli atti a nostra disposizione non mancano le segnalazioni all’ufficio tecnico della manutenzione idrica: per un verso si denuncia la cronica «carenza d’acqua», dall’altro si richiede l’intervento per ingenti perdite idriche che – nel tempo – hanno causato gravi danneggiamenti a case private ed esercizi commerciali. Una battaglia di cui il Comune di Reggio Calabria non può affermare di non sapere nulla. Non soltanto per le segnalazioni protocollate, ma per un atto che il settore programmazione e progettazione ai lavori pubblici ha predisposto nel febbraio del 2009. Otto anni fa. Si tratta di un verbale di «costatazione delle condizioni di somma urgenza » a firma del responsabile pro–tempore dell’Unità operativa “Difesa del Suolo”. Viene messo nero su bianco – ribadiamo nel 2009 in seguito a un sopralluogo tecnico – che «l’area visitata risultava interessata da gravi fenomeni di dissesto» con «lesioni sui muri» e «sprofondamento della sede stradale». Una situazione critica perché in continua evoluzione, come scrive lo stesso geologo responsabile: «le condizioni hanno subito, rispetto al primo sopralluogo, ulteriori peggioramenti, evidenziandosi un allargamento delle crepe». Quindi non erano millanterie quelle denunciate? Assolutamente no, al fine da dichiarare – in atto pubblico – quanto segue: vi è, infatti, «un elevato rischio per l’incolumità pubblica » ed «è opportuno, a scopo precauzionale, prevedere lo sgombero di alcune abitazioni ». Insomma, stare a San Salvatore è pericoloso. Non domi, decidiamo quindi di verificare la situazione a ben otto anni di distanza. Ebbene come documentano le foto l’instabilità della frazione della vallata del Sant’Agata non è migliorata di una virgola. I «vetrini» dei muri sono quasi tutti distrutti ed è chiaro che alcuni muri di sostegno presentano segni di cedimento al pari di tutto il lastricato di una piazza completamente sconnesso. Ma tutto questo a cosa è dovuto? Per scoprirlo basta risalire le «acque chete» che costeggiano l’asse viario che congiunge San Salvatore con Cardeto. La strada provinciale è diventata il “letto” di un fiume che sgorga da un edificio, da tutti denominato – nella zona – come «l’acquedotto». In realtà si tratta – “solo” – del serbatoio che serve l’area. Una struttura fatiscente, completamente aperte e fruibile a chiunque. Purché sia munito di stivali di gomma per attraversare il pantano che aumenta di volume avvicinandosi alla porta di ingresso. Il resto è uno spettacolo di approssimazione con pochi eguali: scope che tengono in tensione i tubi arrugginiti o mattoni che fanno “da diga” per provare a far defluire l’acqua. Una situazione paradossale, inaccettabile. Soprattutto se si considera che continuamente segnalata sin dal 1996 e sottoposta alla «somma urgenza» nel 2009.

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