accedi | registrati | 24-10-2019

L’intervista. A pochi giorni dalle udienze del maxi-processo Gotha parla il pm Musolino

«La massoneria? Agenzia interinale»

di Federico Minniti 28/03/2017

Stefano Musolino, magistrato, è appena atterrato al “Tito Minniti”. Il suo sguardo è rivolto alla sua città: «Con questo schema di riferimento non c’è più futuro», ci dice. È sera, ma il suo ufficio del Cedir non intende chiudere i battenti.

Fra pochi giorni inizierà il processo “Gotha”.

«Il nostro è il tentativo di fotografare quello che è stata ed è – fino a tempi recenti – la città nelle sue dinamiche di potere autentico. Capire chi e come veramente comandava».

Una cupola fatta di intrecci e di relazioni “borderline”.

«Ma alla fine chi controlla e gestisce veramente questi sistemi di potere è la ‘ndrangheta».

Si spieghi meglio.

«Sostanzialmente si tratta di un vero e proprio “sistema”, nell’ambito del quale o eri dentro e potevi beneficiare di tutta una serie di vantaggi oppure eri emarginato».

Tanto potere nelle mani di pochi.

«Una grande richiesta di illegalità che viene dalla città. Lo dico da reggino: siamo stati abituati alla logica della “banca del favore”, della ricerca di creare condizioni profittevoli con gli altri».

Ma come accadeva tutto questo?

«Lo specchio di questo è in alcune dichiarazioni che abbiamo raccolto rispetto al numero chiaramente spropositato di logge massoniche che ci sono a Reggio Calabria. Più in generale il bisogno di lavoro genera dei metodi che bypassino criteri di merito. E le potrei fare pure degli esempi concreti».

Li faccia.

«Io mi domando sempre come fa tutto un mondo sindacale che punta a tutelare il lavoro di chi ce l’ha senza chiedersi come lo ha avuto. Pensiamo al fallimento della Multiservizi, della Leonia o – in ultimo – della Sogas».

Che ad ascoltare le sue parole si coniuga con la debolezza degli “anticorpi” nella Pubblica Amministrazione.

«I clan hanno avuto questa straordinaria capacità di restare a tal punto evanescenti da essere attori principali sui piccoli o grandi appalti pubblici locali e al contempo protagonisti in ambito internazionale nel mercato del narcotraffico».

Grazie anche all’appoggio di dirigenti e funzionari?

«Esatto. Basti pensare all’indagine “Reghion” rispetto alla depurazione delle acque: si vede l’approssimazione con cui è stato gestito un appalto milionario e decisivo per il futuro della Città».

Ma la ‘ndrangheta come è riuscita ad arrivare così in alto?

«Se voi ci pensate ci sono famiglie di ‘ndrangheta che comandano da 40–50 anni. Qualcosa di “illogico” se tutto questo non fosse confluito in un sistema che è diventato – anno dopo anno – classe dirigente».

In che modo?

«Accettando di ridurre un po’ dei loro desideri, pur di sedersi al tavolo del potere ed essere riconosciuto come soggetto legittimato a prenderne parte».

Si ritorna alle relazioni massoniche di cui parlava prima.

«Molte delle dichiarazioni che abbiamo raccolto ci dicono che la massoneria fosse usata come una vera e propria agenzia interinale. Questo è confermato da elementi di prova che ci sono stati forniti da soggetti che sono stati intranei a queste logiche. È una componente molto presente e che per altro ha dato vita a tante logge che non sono riconosciute e non rispondo a nessun ordine autentico».

In tutto questo si denota una totale subalternità della classe politica.

«Noi abbiamo intercettazioni in cui emerge chiaramente che Paolo Romeo decideva quasi tutto rispetto alle dinamiche politiche. Gli viene attribuito e si attribuisce questo ruolo: bisogna considerare che stiamo parlando di una persona di una straordinaria intelligenza – secondo la nostra ricostruzione, oggi al vaglio dei giudici – una mente piegata alle volontà della ‘ndrangheta. Però lui era il centro–motore di tutto: ha creato personaggi politici, ha interferito nella gestione della Cosa Pubblica».

È corretto quindi rileggere un’intera epoca amministrativa come un riflesso di tutto questo?

«Ulteriori valutazioni non toccano a noi. Aggiungo: un fatto–reato potrebbe non essere politicamente ed eticamente irrilevante così come il contrario. Schiacciarsi sulla visione della magistratura è un errore di fondo che può provocare miopie e strabismi».

Ma è inevitabile che la città si stia facendo un’idea. Ha notato qualche cambiamento?

«La percezione è che c’è una migliore disponibilità a relazionarsi con la Procura. Altresì è aumentata anche da parte nostra la consapevolezza delle difficoltà che la gente sta attraversando».

Ossia?

«Io credo che uno dei posti più difficili dove fare impresa sia proprio Reggio Calabria. Il confine è sempre labile e la posizione dell’imprenditore è sempre molto difficile».

Eppure non mancano gli imprenditori che decidono di rivoltarsi ai clan

«C’è un rischio con cui conviviamo: ossia il pericolo che noi siamo usati come pistole per vendette trasversali. Abbiamo, però, trovato una buona e maggiore disponibilità in questo senso che però non sempre corrisponde con una capacità istituzionale, e il mio riferimento è a Confindustria, di lavorare su questo terreno».

Ma il presidente degli industriali reggini – proprio dal nostro settimanale – ha detto che c’è ancora ‘paura di denunciare’.

«Ognuno sa di cosa e di chi avere paura. Noi abbiamo gestito una serie di situazioni di imprenditori dando – quando non erano a caccia di “medagliette” – una tutela adeguata. Non credo che si possa dire oggi che lo Stato non sia un interlocutore affidabile».

Ma quindi come uscirne fuori?

«Se noi non abbattiamo questa “domanda di illegalità” è triste dirlo, ma questo sistema non lo smantelleremo mai: possiamo fare arresti e sequestri, ma se la ‘ndrangheta “offre il servizio”, per noi è impossibile contrastarla».

(segue/1)

Partecipa alla discussione

Esegui il login
Copyright 2016-2019 © avveniredicalabria.it | Tutti i diritti sono riservati | Responsabile: Davide Imeneo
Arcidiocesi di Reggio Calabria - Bova | Via Tommaso Campanella, 63 – 89127 Reggio Calabria
Credits Web Agency a Reggio Calabria - Arti Creative