accedi | registrati | 21-11-2017

Abbiamo visitato il rifugio delle donne abbandonate, aperto a ottobre 2015 nel cuore di Reggio Calabria

Ripartire «in famiglia»: vita a Casa Reghellin

di Federico Minniti 06/04/2017

Non è la prima volta che varchiamo la porta di Casa Reghellin. Sappiamo che ad attenderci c’è un soggiorno con la tivù. Entrando respiriamo aria di famiglia in quell’immagine semplice anticipata da un cortiletto anonimo, simile a molti altri. Così come le storie delle tante donne che quel cortiletto lo hanno attraversato con un giogo pesante, quello di essere «dimenticate » da tutti. L’emergenza abitativa delle donne, infatti, è un fenomeno che non fa notizia. Eppure in poco più di un anno, dall’ottobre del 2015 ad oggi, a Casa Reghellin sono giunte in 25 con 10 bambini. Cosa le accomuna? Non hanno più un tetto. I motivi sono tra i più vari e si accartocciano tra le pieghe dell’animo umano: chi è stato abbandonato dal marito, chi ripudiato dalla famiglia di origine, chi scappa dalla propria terra. Etnie e storie diverse, «ma – ci confida Giusy che è la responsabile della Casa – con un unico linguaggio, quello dell’accoglienza ». «Non ci sono orari e regole rigide – prosegue Giusy – la logica è quella dell’autodeterminazione e dell’autoresponsabilità ». Un primissimo “laboratorio” di società che assieme all’ascolto è la cura per lenire i dolori dell’esperienza di disagio che le donne stanno vivendo. Un «mettersi accanto» l’una con l’altra. «Ciascuna secondo il proprio carattere – prosegue – prova ad aiutare le altre donne in Casa: chi è più esperta, magari prova a indicare come fare con i bambini, chi è più operativa va a fare la spesa con i volontari dell’associazione Zedakà». Una dinamica che si è espansa oltre le mura di Casa Reghelin: non mancano gli appuntamenti con tanti gruppi di volontari che decidono di spendere il loro tempo al servizio di queste donne. Come? In semplicità. Organizzando delle serate alternative, come il karaoke o «facendosi compagnia a vicenda». Durante la nostra presenza è un via vai continuo: ci sono mamme in ansia per la febbre del proprio piccolo, altre che piangono per un insuccesso lavorativo, altre – invece – che preparano la cena. Sette le donne presenti in questo momento a Casa Reghellin a cui aggiungere una ragazza che sta provando una nuova esperienza come badante in una famiglia. Ma come avviene il distacco? «In teoria questo alloggio sarebbe per 6 mesi – ci dice Giusy – ma noi accompagniamo le nostre ospiti “in uscita”. Monitoriamo le condizioni dei primi giorni e mesi di lavoro. L’obiettivo è raggiungere l’autosufficienza». Accanto a questo viene messa in pratica un’attività di inserimento scolastico per i bambini, ma anche il tentativo di intercettare offerte di lavoro. Un’azione che si basa esclusivamente sul volontariato e sulle donazioni liberali. Anche la Casa è stata donata da una famiglia, così come gli arredi. Il prossimo passo è un laboratorio sartoriale: le donne di Casa Reghellin vogliono darsi un’altra chance, quella decisiva, del riscatto sociale.

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