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Da un anno è partito un progetto che punta a facilitare l’inserimento occupazionale delle madri che devono crescere sole i propri figli

L’impegno associativo a scoprire le «nuove povertà» sui territori

di Redazione Web 06/04/2017

di Nella Restuccia * - Ascoltare giorno dopo giorno la sofferenza di tanti poveri, incontrare lo sguardo di bambini, troppo presto esperti della fatica quotidiana della vita, e intuire le loro domande inespresse ti segna dentro.
E mentre conosci sempre di più le ingiustizie presenti nel mondo e gli squilibri della vita sociale che scorre intorno a te, senti crescere il bisogno di fare concretamente qualcosa per sostenere gli sforzi di chi fa più fatica ad andare avanti e rafforzare la speranza di chi cerca di cambiare qualcosa nella sua vita. Tutto questo è dietro la scelta di un gruppo di amici, alcuni ricchi dell’esperienza del servizio ai poveri nel Centro di ascolto diocesano “Mons. Giovanni Ferro”, che decidono di mettersi insieme per organizzare iniziative di solidarietà. Non hanno la pretesa di cambiare il mondo, ma nutrono la speranza di aiutare, per quanto possibile, qui e ora, chi è più svantaggiato, utilizzando risorse, sia umane che economiche,che la nostra città offre. L’idea di costituire un’ associazione di volontariato con lo scopo dell’attenzione a gravi forme di povertà presenti nel nostro territorio nasce dunque dall’esperienza diretta di un forte disagio sociale, da un senso di profonda compassione verso persone che vivono in situazione di povertà grave e dal desiderio di mettersi in gioco per loro, per cercare di aiutarle a sperare in un riscatto sociale e a recuperare la loro autonomia. Ci siamo messi insieme per pensare e sognare modalità di sostegno solidale possibili nella nostra città e così è nata l’associazione Zedakà.
Nella ricerca del nome la proposta di un sacerdote amico ha trovato tutti d’accordo: la parola zedakà indica nella lingua ebraica la carità vissuta come giustizia. Nella convinzione che la condivisione dei doni ricevuti sia frutto di giustizia prima che di carità, ci è sembrato che il nome esprimesse bene la nostra volontà di accogliere l’esortazione evangelica: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 8). Il primo impegno è stato la realizzazione della casa “P. Guido Reghellin s.j.” che accoglie temporaneamente donne sole o con figli minori a carico, che si trovino in situazione di emergenza abitativa: badanti che hanno perso il posto di lavoro, donne separate che non hanno la possibilità di pagare l’affitto, perché non hanno un lavoro, a cui in passato hanno magari rinunciato per occuparsi a tempo pieno della famiglia, donne vittime di violenza domestica, sfruttamento sessuale, emarginazione sociale.
Il progetto della Casa, che è nata nell’ottobre del 2015 e ha accolto finora 25 donne e 10 bambini, ha l’obiettivo di favorire la piena promozione della persona, grazie alle diverse esperienze quotidiane di condivisione, di confronto e di lavoro e a un supporto formativo e psicologico individualizzato, al fine di favorire l’acquisizione dell’autonomia personale e lavorativa per un sereno e consapevole reinserimento sociale. Tutto questo è possibile perché tanti hanno accettato l’invito a collaborare concretamente alla realizzazione del progetto.
La casa non ha altro finanziamento se non l’aiuto concreto di tante persone che condividono le finalità del servizio e che hanno assicurato il loro sostegno economico, per provvedere alla copertura finanziaria delle spese di funzionamento della casa con un contributo mensile costante o con donazioni “una tantum”.
Nel 2016 l’associazione ha deciso di impegnarsi anche nella realizzazione di un nuovo progetto “Aiutiamoli a crescere” che ha come destinatari nuclei familiari, in cui la madre deve provvedere da sola alle necessità della famiglia, spesso con tanti figli, senza alcun reddito. Sono donne separate, mogli di detenuti, vedove, madri nubili. Un’ indagine condotta nel territorio ha permesso di individuare circa 50 famiglie in questa situazione e circa 90 bambini che versano in situazioni di grave difficoltà, che mettono a gravissimo rischio lo sviluppo adeguato dei minori.
Sono le famiglie più povere tra quelle povere, soffrono la deprivazione dei beni primari di sussistenza e vivono in condizioni molto difficili, sono famiglie nelle quali la maggior sofferenza viene patita dai minori, che si vedono negati i principali diritti dell’infanzia. Il problema riveste particolare gravità nel caso delle donne Rom, tante delle quali nei quartieri periferici della città si trovano in questa situazione: spesso senza alcuna fonte di reddito, con un tasso di alfabetizzazione molto basso e devono fare i conti anche con i pregiudizi delle nostre comunità dove i rom sono guardati con diffidenza. Il progetto prevede azioni di supporto, individuando i bisogni essenziali e rispondendo a essi con forniture di beni e servizi di sostegno. Per cinque di queste donne è stato possibile attivare delle borse lavoro presso cooperative sociali operanti nella città, con il finanziamento della Piccola Opera Papa Giovanni, che sulla scia degli insegnamenti di Don Italo Calabrò rivolge sempre un’attenzione particolare alle povertà più gravi del nostro territorio.
Questa esperienza sta dimostrando come donne appartenenti a queste categorie svantaggiate sappiano svolgere il loro lavoro con impegno e senso di responsabilità. Incoraggiati da questo riscontro positivo abbiamo quindi deciso di realizzare all’interno della Casa Reghellin un laboratorio di maglieria, cucito e ricamo finalizzato alla produzione di articoli per neonati e primissima infanzia, biancheria per la casa e oggettistica. Il laboratorio sarà orientato a fornire abilità e competenze lavorative alle donne accolte, verso un eventuale futuro di attività in proprio. La speranza è che nella città si presti maggiore attenzione a questo grave problema e si creino opportunità di lavoro che consentano alle donne in difficoltà di recuperare la loro autonomia e poter così assicurare a se stesse e ai loro figli un futuro dignitoso. Per questo ci vuole l’impegno solidale di tanti che aiutino l’inserimento lavorativo di queste persone svantaggiate per evitare che la povertà diventi un retaggio ineludibile anche per i loro figli.

* Presidente Associazione Zedakà

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