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Dal 2006 Ambiente e/è Vita gestisce un fondo terriero sottratto alla ’ndrangheta

Il terreno confiscato produce beneficenza

di Federico Minniti 07/04/2017

Undici anni fa, in contrada Riparo Vecchio di Cannavò, nacque un’esperienza – tenuta volutamente low profile – che ha provato, arando dei campi incolti, a cambiare una realtà che altresì sembrava segnata. Una storia di beni confiscati e agricoltura sociale, ma anche di burocrazia e malapolitica.

Riparo Vecchio per chi vive Reggio Calabria (e per chi ne conosce la narrativa criminale) vuol dire Libri. Clan Libri per l’esattezza, uno dei più potenti di tutta la ‘ndrangheta unitaria, capace di insinuarsi tra i gangli della Pubblica Amministrazione e dell’imprenditoria. Mafia d’alto borgo, la definiscono gli inquirenti, come quella dei De Stefano e dei Tegano coi quali, i Libri, si dividono il controllo del centro Città. Una famiglia dal cognome pesante che però dal 2006 ha dei «vicini di casa» particolari: i volontari dell’associazione Ambiente e/è Vita.

In realtà i quasi quattro ettari e mezzo erano di proprietà dei Libri, ma in seguito al sequestro e alla confisca dei beni è finito nelle disponibilità dell’Amministrazione comunale. Al tempo la delega al patrimonio sottratto ai boss era al settore delle Politiche Sociali che destinò questo terreno all’associazione.

Percorrendo la via che conduce ai campi, tra i palazzi dei congiunti degli affiliati alla cosca, sorge un campetto di calcio. Un’area ludica che è stato il primo regalo che i volontari di Ambiente e/è Vita hanno voluto rendere ai tanti ragazzi di Riparo sprovvisti di uno spazio tutto per loro. Una coabitazione all’insegna del pragmatismo. «Non ci sono mai stati screzi o gesti eclatanti – ci spiega Nunzio, presidente dell’associazione – ma percepiamo costantemente la loro presenza». Una condizione “ambientale” che affonda le proprie radici già dall’apertura di questa oasi di legalità. «Mai nessun tecnico comunale ci ha consegnato le chiavi – ci dice – che invece ci sono state date dalla stessa famiglia che aveva subito la confisca». Altri tempi visti gli ultimi importanti passi in avanti fatti dal Comune in tema di beni confiscati.

Eppure la precarietà è un obbligo alla quale l’associazione non riesce a sottrarsi. Tutto deriva dalla volontà di non attingere a risorse pubbliche: la piantumazione, la coltivazione e la cura delle colture presenti nel terreno sono tutte autofinanziate. Eppure l’obiettivo era ed è quello di rendere quel sito produttivo proprio per chi non riesce ad avere una seconda opportunità. Come i detenuti per i quali è in via di definizione l’istruttoria per l’affidamento dei soggetti messi alla prova o in semi–libertà. Nuovi novelli agricoltori che si uniranno agli ex tossicodipendenti che prestano la loro attività volontaria al pari di tanti anziani che tramandano le tradizioni della potatura. A loro nel week end spesso si aggiungono degli studenti del liceo scientifico “Leonardo da Vinci” assieme al loro professore di educazione fisica per una lezione sul campo.

D’altronde il terreno affidato all’associazione Ambiente e/è Vita non applica metodi di coltivazioni intensive, rispettando le stagionalità anche rispetto allo sfruttamento del fondo terriero. Ma che fine fanno i pomodori, le fave, i broccoli e gli aranci di quel bene confiscato? Nunzio ci spiazza: «Vanno tutti in beneficenza». Nessun fine di lucro, ma una restituzione totale del mal tolto dalle ‘ndrine.

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