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Concluso il primo workshop istituzionale sul gioco d'azzardo patologico a Reggio Calabria

Ludopatie, Falcomatà: «Un centro no-slot in un bene confiscato»

di Federico Minniti 07/04/2017

«Niente patti con i mercanti di morte, di nessun tipo». Lo scandisce chiaramente Luciano Squillaci, presidente nazionale della Fict (Federazione italiana delle comunità terapeutiche) parlando delle imprese che lucrano sulle ludopatie. «Povera quella società che deve lavorare sulle tragedie degli altri», parole chiarissime che riecheggiano nell'Urban Center di Reggio Calabria come macigni. Macigni perché quel luogo, che ha ospitato il primo workshop istituzionale sul gioco d'azzardo patologico in riva allo Stretto, è frutto proprio degli introiti dai videopoker: è, infatti, uno dei beni confiscati a Gioacchino Campolo, dominus delle scommesse.

E proprio in quello spazio - adesso finalmente aperto alla cittadinanza - che il Centro Servizi al Volontariato ha voluto organizzare un momento di confronto che ha registrato una grande risposta dalla città di Reggio Calabria. Oltre sessanta i corsisti del workshop, tra i quali anche degli ex giocatori, che nel corso della serata hanno voluto raccontare la loro esperienza. Mettendoci la faccia: «Tutto inizia senza farci caso – dice Mimmo – finisci per buttarci dentro i risparmi di una vita e rischi di chiedere aiuto alle persone sbagliate». Un racconto con la voce tremante di chi oggi vive una nuova stagione della propria vita. «Per fortuna adesso sono in terapia, ma dico a tutti, adulti e giovani: non fatevi ingannare».

Sì, un inganno. "Non azzardiamoci a chiamarlo gioco", come titola il workshop di Reggio Calabria, è già un primo passo fondamentale. Ne sono consapevoli i relatori: il presidente del Csv "Dei due mari", Giuseppe Bognoni, la direttrice del locale dipartimento delle dipendenze, Caterina De Stefano, il già citato Luciano Squillaci, il direttore della Caritas della diocesi di Reggio Calabria – Bova, don Nino Pangallo e il sindaco reggino, Giuseppe Falcomatà. «Siamo un po' indietro sul tema delle ludopatie – ammette il primo cittadino – se ne parla poco e male. Però ascoltando queste storie è inevitabile porsi un interrogativo: cosa possiamo fare?». Di strada da fare ce ne è molta e, probabilmente, gli strumenti a disposizione sono pure pochi.

Ma Falcomatà prova a tracciare una linea: «Dobbiamo stringere "le maglie della rete". L'impegno personale è quello di estendere in tutto il territorio metropolitano il regolamento sulle sale-slot». Un testo normativo che però «non basta – prosegue il sindaco Falcomatà – così come non basterà soltanto intensificare il controllo del territorio». Ci vuole una svolta educativa e l'input lo fornisce don Nino Pangallo: «In Città mancano i "grembi dell'ascolto": perché non utilizzare in tal senso i beni confiscati?». Una domanda alla quale risponde d'impeto Falcomatà: «Certamente possiamo, anzi dobbiamo». Centri che potrebbero essere la frontiera dei percorsi terapeutici: luoghi in cui riconoscersi bisognosi di attenzioni di diverso tipo, tra cui quello dell'ultraindebitamento, come suggerisce l'intervento di Francesca Fiordaliso.

È il tempo in cui avvocati, commercialisti e strutture riabilitative intreccino le loro competenze e in questo la casa comunale – annunciata dal primo cittadino di Reggio Calabria nel corso del workshop di ieri – potrebbe essere lo "spazio" aperto perfetto.

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