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Scuola: l’Ocse promuove l’Italia

Le differenze sociali vengono abbastanza calmierate

di Alberto Campoleoni 07/04/2017

Chi viene da una famiglia “attenta” al mondo dello studio ha più probabilità di cavarsela bene a scuola e da adulto potrebbe essere avvantaggiato.
Probabilmente non è necessaria un’indagine statistica approfondita per verificare questo “motto” diffuso nel senso comune. Tuttavia l’Ocse l’indagine l’ha fatta e i risultati sono nella linea. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico si è posta infatti questo interrogativo: come varia il gap tra studenti svantaggiati e compagni più fortunati nel corso della vita, dopo il diploma, in termini di abilità in lettura e matematica? Il risultato? Uscendo dalla scuola le differenze si accentuano.
Una premessa: avvantaggiati sono considerati gli studenti con almeno un genitore laureato e con oltre 100 libri a casa, svantaggiati quelli che invece hanno genitori con livello di istruzione più basso e pochi libri. Detto questo, ecco che, per misurare le differenze di performance in lettura e matematica dei quindicenni dei Paesi di tutto il mondo che ogni tre anni partecipano all’indagine Pisa (Programme for International Student Assessment), con lo stesso gap riscontrato tra i 25/27enni che partecipano all’indagine Piaac (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) sulle capacità in lettura e matematica degli adulti, gli esperti dell’Ocse hanno messo a punto un indice. Scoprendo che dopo il diploma le differenza di prestazione tra studenti avvantaggiati e svantaggiati crescono in tutti e 20 i Paesi oggetto dello studio, tranne che in Canada, Stati Uniti e Corea. Crescono anche in Italia, naturalmente. Ma i dati Ocse mettono in evidenza che, negli anni della scuola, in Italia le differenze vengono abbastanza calmierate. In sostanza, come ha dichiarato subito la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, “i dati pubblicati dall’Ocse ci dicono che la scuola italiana è una scuola inclusiva, capace di supportare le studentesse e gli studenti che partono da condizioni più svantaggiate”. Una “buona scuola”, dunque. Per capire meglio: l’indice che descrive la distanza tra studenti più o meno avvantaggiati, per i 15enni vale per l’Italia 0,45 (0,48 è la media Osce), mentre ad esempio in Danimarca è pari a 0,64 e in Germania 0,49. La scuola italiana, dunque, è più inclusiva: riesce a supportare meglio i soggetti meno fortunati. E finché gli studenti frequentano la scuola il divario si mantiene entro livelli relativamente bassi. Ma a 27 anni, per la lettura, in Italia il divario sale a 0,67 (0,61a livello internazionale). Dunque da noi la scuola riesce ad attenuare le differenze socio-economiche di partenza, ma poi il gap aumenta. Fino alle medie – dicono i ricercatori – ci sono opportunità per tutti. “Poi chi è bravo va al liceo e all’università, mentre chi non lo è rischia di uscire dal sistema o di finire in scuole con percorsi ‘deboli’. Spesso va a lavorare e non ha più opportunità di formazione o entra nell’esercito dei Neet: i giovani esclusi da scuola e lavoro”.
Bene, dunque, per l’aspetto inclusivo della scuola italiana, plaude la ministra. Ma – aggiunge – “è molto importante investire anche sull’acquisizione di competenze lungo tutto l’arco della vita e aiutare le ragazze e i ragazzi, soprattutto chi è in condizione di svantaggio, ad affrontare al meglio la transizione dalla scuola agli studi successivi o nel mondo del lavoro”.
Insistere sulla centralità della formazione, individuare e assicurare risorse, aggiornare di volta in volta, in questa direzione, l’agenda del Paese. È questa la strada maestra.

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