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Provare a comprendere il significato del Triduo con gli «occhi» di chi sta scontando una pena commisurata all’errore

La «Passione» in carcere, tra liberazione e sofferenza

di Redazione Web 11/04/2017

di Paola Schipani *- Come si fa a saperlo? Come si fa a capire qual è – veramente – la liberazione che cerchiamo noi tutti, da chi la attendiamo sul serio, quanto ci speriamo veramente. Se veramente ci speriamo. Come capirlo delle centinaia di persone che vedo ogni giorno?

Di tutti quelli che camminano per strada o fanno la fila alla posta; che vanno a messa o aspettano al semaforo; che entrano in un ospedale o in un tribunale. Che abitano u- na casa. O un carcere. Già, il carcere: come tentare di comprendere cosa succede nell’animo di chi sta lì? Pur dopo tanti anni di volontariato penitenziario, a questa domanda non so rispondere se non partendo da me e da quello che io lì imparo ogni giorno, cioè che il dentro e il fuori sono realtà complementari. Non solo una è conseguenza dell’altra, ma una si specchia nell’altra e – ovviamente – viceversa; anche se mi rendo conto che questa reciprocità non è sempre compresa o facile da spiegare. Ma la domanda “che liberazione aspetta un detenuto?” per me coincide con il chiedermi “che liberazione aspetto io?”

Possiamo partire direttamente dalla fine. In ultima analisi ci accomuna, certo, il desiderio di liberazione dalla morte. Ma la morte, come il carcere, è tante cose. È fine, frustrazione, allontanamento. Rischio, paura, perdita. È separazione, definitività, disperazione. È chiusura: se vivi senza più speranza, ti chiudi. Allora per forza la legge (una qualunque, di solito la prima che trovi), il passato o il rimorso diventano la tua gabbia. O la tua cella. Dentro o fuori, la tua prigione. La morte è mancanza di libertà. Se fuori questa semplice frase può volare alto e rivestirsi anche di connotazioni filosofiche, dentro la capiscono tutti, anche i tanti che parlano a stento l’italiano pur non essendo stranieri. Dentro la mancanza di libertà non è un concetto, ma è luoghi, orari, riti, parole e ritmi precisi, scelti da altri. Anche la parola mancanza non è un concetto astratto. Come la separazione, è fatta di carne. Volti, mani, bocche. Passi che non si affiancano più.

La morte è allontanamento, e in questo il carcere non teme confronti. Ne è specialista. Ti allontana dai tuoi (genitori, fratelli, mogli, mariti, compagni, amici, vicini di casa, cani e gatti, mare e montagna, letto e stoviglie, libri e musica) seguendo una prassi consolidata. Così come ti allontana dalle tue stesse percezioni: dagli odori, dai sapori, dai panorami, dai suoni familiari e fastidiosi come quelli di un clacson impazzito e dell’ingorgo sotto casa. Dalla varietà delle parole in bocca, dalla varietà degli argomenti nelle orecchie, dalla varietà degli incontri negli occhi.

L’esperienza fuori sotto questo aspetto può essere diversa: l’allontanamento a volte è il prezzo da pagare ad una maggiore libertà, ma con quanta fatica lo scorgo, questo prezzo, e quanto mi pesa pagarlo!

L’idea più comune di liberazione che si coltiva in carcere è uscire, andarsene, tornare a casa. Come se tutti i problemi fossero lì. Ma a volte ci si scontra tragicamente con l’evidenza che non è così, e allora davvero non ce la si fa.

Ma riposino ora in pace i tuoi occhi, Michele, stanchi di guardare il mondo da un punto di vista sempre alternativo, spesso puro. Troppo spesso solo. Il dubbio che liberarsi significhi farla finita è sempre dietro l’angolo, con qualsiasi colpa, con qualsiasi pena. Se poi sul tuo fine pena è scritto mai, diventa quasi una certezza, anche dello stato. Almeno questo, fuori, non succede.

La liberazione è cambiare ambiente appena possibile, trasferire famiglia moglie e casa in una città normale, per farci una vita normale.

La liberazione è anche un miracolo che a volte, non tanto raramente, si compie. E’ trovare la possibilità di guardarsi tutti interi, senza alibi, senza maschere, senza vergogna. La possibilità di raccontarsi a se stessi in verità. La possibilità di cominciare ad amarsi e a sentirsi amati essendo esattamente come si è. Da questo è quasi automatico che sia dentro che fuori nasca anche un altro desiderio: quello di restituire un po’ di quello che si è ricevuto, di riparare qualche danno fatto, di dare un senso alla propria vita. Quanti di noi, fuori, questo lo aspettiamo ancora, lo cerchiamo, lo desideriamo, o a volte non lo speriamo più?

Eppure, è forse proprio questa l’offerta di liberazione che ogni pasqua ci fa: sta proprio in quello sguardo che tira fuori (sì, proprio fuori!) le lacrime dal cuore gonfio di colpa di Pietro. Non sono più intrappolate dentro. Non intrappolano più i suoi occhi. Scovate da un amore tenace, escono e bagnano un cuore inaridito. Escono e lavano ferite subite e inferte. Escono e dissetano un bisogno sterminato. Escono e fanno Pietro libero di farsi perdonare. Completamente zuppo, Pietro non può più non sentirsi lavato da questo amore infinito. Anche io, dovunque sia, non ho altro da aspettare.

* volontaria penitenziaria

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