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Il presidente del Tribunale dei Minori di Reggio. «La mafia è sofferenza, va indicata un’alternativa ai giovani»

La rivolta delle madri: «’Ndrangheta, addio»

di Federico Minniti 12/04/2017

«Il mito della ‘ndrangheta va demi-stificato: è solo sofferenza. Andatelo a chiedere a chi è “sepolto vivo” in carcere: è terribile». Roberto Di Bella, presidente del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria, ci accoglie nel suo ufficio. La sua scrivania è sepolta dai fascicoli giudiziari; per lui, però, sono storie. «Lavoro in questo ufficio dal ‘93. Oggi sotto processo ci sono i figli di coloro che ho giudicato venti anni fa. È questa l’eredità mafiosa?»

Cognomi pesanti. Come quello della venticinquenne Maria Rita Logiudice?

«Quasi tutti i figli di ‘ndrangheta provano un forte senso di angoscia per loro e per i loro familiari. Noi non facciamo né deportazione di figli, né confische di minori, ma crediamo che sia necessario ampliare gli orizzonti culturali per affrancarsi dalle orme parentali».

Se il padre è detenuto al 416bis, le madri, però, sono ancora con loro a casa

«Molte donne di mafia, le cosiddette “vedove bianche”, ossia trentenni e quarantenni, che hanno il marito condannato all’ergastolo, sono imprigionate nei cliché delle famiglie di ‘ndrangheta».

Non hanno alternative?

«Paradossalmente vengono qui e per loro rappresentiamo “l’ultima spiaggia”. A noi fanno confidenze che non possono fare altrove: in tante nutrono il desiderio di andare via coi loro figli, di potersi ricostruire una vita normale».

Donne sofferenti che vogliono scappare dalla “loro” famiglia di ‘ndrangheta?

«I figli dei detenuti avrebbero bisogno di un riferimento paterno concreto: come si può fare il padre ogni quattro mesi durante il colloquio in un carcere di massima sicurezza? Come si può costruire un rapporto vero solo in modo epistolare?».

Crescere in una famiglia–clan non è semplice. Molto diverso dai film.

«I ragazzi, sin da piccoli, sono costretti a convivere con lutti, carcerazioni, attività di controllo. Questo li “educa” ad uniformarsi a quelle che sono le rigidità dei principi mafiosi. Spesso queste famiglie comprino le esigenze di espressività dei giovani».

Allontamenti: i “papà–boss” cosa dicono?

«I detenuti sono un po’ più “freddi”, per usare un eufemismo, però c’è stato uno di loro che ci ha scritto ringraziandoci per aver allontanato suo figlio dalla Calabria. Aggiungendo anche che se avesse avuto lui questa stessa opportunità non si troverebbe in carcere».

Eppure qualche suo collega ha espresso disappunto verso questo metodo.

«Se il padre porta il bambino di undici anni a spacciare droga, ad esercitarsi a sparare o a presenziare ai summit della cosca, cosa deve fare un Tribunale dei minori? C’è un obbligo giuridico di intervento. C’è da tutelare il diritto fondamentale a ricevere un’educazione responsabile»

L’unica salvezza è lontano dalla Calabria?

«È terribile: chi nasce a San Luca, Bovalino, Natile di Careri, Africo vive una situazione di prigionia. Vive un contesto che spesso è autoreferenziale: in famiglia tanti hanno precedenti per mafia o sono latitanti o sono stati uccisi. Come uscire allora? A dare legittimazione agli interventi sono le norme, non i risultati».

Risultati che però stanno arrivando.

«Il nostro obiettivo è quello di creare delle equipe educative antimafia che possano seguire questi ragazzi per liberarsi dal peso dell’oppressione psicologica della ‘ndrangheta. Aggiungo: vorremmo cooptare anche i genitori che sono in carcere per avviare dei percorsi rieducativi sui sentimenti genitoriali».

Quindi la ‘ndrangheta si può sconfiggere davvero solo con l’educazione?

«Abbiamo aperto una crepa nel monolite della ‘ndrangheta. Sono le donne, le mogli dei boss, che chiedono costantemente aiuto. Questo non può essere sottovalutato».

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