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Le colpe dei padri non ricadano sui figli

Pubblichiamo la lettera aperta del movimento ReggioNonTace

di Davide Imeneo 12/04/2017

«Sembra incredibile dover ribadire un principio di giustizia così elementare eppure, di fronte ai recenti gravissimi fatti di cronaca, appare indispensabile per evitare la confusione e la mistificazione della realtà che spesso caratterizza gli interventi su questi temi», scrivono in una lettera aperta i rappresentanti del coordinamento ReggioNonTace.
«È un fatto notorio che chi nasce in una famiglia di ‘ndrangheta ha una vita fortemente condizionata dalle scelte dei familiari, sia in ordine alle vicende che li riguardano (il più delle volte finiscono in carcere con lunghe e meritate pene da scontare) oppure vengono ammazzati (e questi sono già elementi di grande sofferenza per i figli), sia in ordine alla mancanza di libertà nella scelta del proprio futuro, delle proprie amicizie e finanche dei propri partner sentimentali.
È del tutto evidente che sono i padri (o fratelli) stessi che fanno ricadere le proprie colpe sui figli (o fratelli più piccoli) condannandoli ad una vita da orfani, o da figli di carcerati o introducendoli forzatamente nelle dinamiche criminali che caratterizzano il loro modo di stare al mondo, condannandoli così al loro stesso triste destino.
La sospensione della potestà genitoriale che in alcuni casi è stata adottata dalle Istituzioni competenti nei confronti di noti appartenenti alla criminalità organizzata, rappresenta una forma di tutela per i figli minori esposti a pesanti condizionamenti.
Non è certamente lo Stato, non sono le Istituzioni i quali, applicando la legge, perseguono i reati gravissimi commessi dai padri o sottraggono i figli a questi condizionamenti, che condannano questi ultimi a innumerevoli difficoltà e sofferenze, ma coloro i quali con il loro comportamento e le loro scelte criminali hanno rovinato la propria vita e, quando non si interviene prima, rovinano anche quella dei loro figli innocenti.
“Se proprio non potete uscirne voi, almeno tenetene fuori i vostri figli”. Così don Italo Calabrò in una delle sue famose omelie rivolte agli ‘ndranghetisti li invitava a far si che almeno i giovani, i figli non rimanessero incastrati per sempre nelle maglie senza speranza della criminalità organizzata.
Trascorrere i migliori anni della propria vita in carcere, nascondersi per anni in lugubri covi, morire ammazzati o vivere continuamente con la paura di esserlo: questa è la sorte di chi fa parte della ‘ndrangheta e quella a cui sono destinati anche i loro figli i quali, quando vogliono ribellarsi a questo triste destino, trovano proprio nei familiari il principale ostacolo. Istituzioni e società civile sono chiamati a contrastare con ogni mezzo la criminalità, a perseguire con la massima determinazione gli innumerevoli reati che vengono commessi ma anche a tutelare in ogni modo gli innocenti che, pur essendo legati ai criminali da vincoli di sangue, hanno il diritto di vivere la loro vita in modo diverso, normale, rispettando le leggi dello Stato, i diritti e doveri conseguenti e realizzando il proprio progetto di vita e non quello imposto dai familiari violenti.
Se da un lato è la ‘ndrangheta che ha la pesantissima colpa di far ricadere il peso delle sue scelte criminali innanzitutto sui propri figli, è lo Stato e sono i cittadini onesti che hanno la responsabilità di individuare percorsi di tutela e di garanzia per questi ultimi, prima che siano irrimediabilmente avviati alla criminalità o che, soli e sopraffatti di fronte ad una sfida così formidabile, decidano di rinunciare alla vita.
“Amicus Plato sed magis amica veritas” (amico Platone, ma più amica la verità)” questo concetto basilare di etica attribuito ad Aristotele che, pur essendo amico e discepolo di Platone, dichiarava di essere più amico della verità, ben si attaglia alla situazione di quanti per nascita o per le innumerevoli casualità della vita, si trovano legati da vincoli familiari o di amicizia con chi fa parte della ‘ndrangheta; l’amicizia o il legame familiare non possono far velo alla verità!
Non può fingere di non vedere o di non capire il male che uno ‘ndranghetista compie ai danni di se stesso e di quanti lo circondano, chi gli è familiare o amico, anzi proprio in forza di questo legame, ha il dovere di richiamarlo ad un radicale cambiamento, di sollecitare in lui un risveglio di Coscienza e, contemporaneamente, di prendere le distanze da abitudini e comportamenti che configurano reati gravissimi.
Quando non lo facesse, per paura, per negligenza o, peggio, per convenienza, si renderebbe complice di quegli stessi reati.
Il relativismo culturale ed etico che caratterizza molte prese di posizione, talora imprudentemente osannate, di fronte alla tristissima realtà del fenomeno criminale ed alle sue pesanti implicazioni sociali ed economiche procura un danno gravissimo a tutta la società al pari di quello prodotto dai criminali medesimi ed è causa non secondaria della pervasività e della prepotenza della ‘ndrangheta.
Non possiamo (e non vogliamo) permettere che così gravi colpe di così terribili padri ricadano su figli che hanno l’unica colpa di essere nati nella famiglia sbagliata, ma per far questo dobbiamo innanzitutto smettere l’ipocrisia e l’approssimazione che troppo spesso caratterizzano l’approccio a questi problemi».

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