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All’inizio del triduo pasquale don Antonino Sgrò ci aiuta ad entrare nel mistero della passione

Gesù lava i piedi. Il Re diventa servo

Cattedrale di Reggio Calabria: stasera la celebrazione eucaristica alle 18

di Redazione Web 13/04/2017

L’evangelista Giovanni non racconta l’istituzione dell’Eucaristia, ma nei ne sviluppa il senso, già prefigurato col discorso sul pane di vita. Al capitolo 13, che dà inizio alla catechesi eucaristica, «la lavanda dei piedi anticipa l’acqua che sgorgherà dal suo fianco, il boccone dato a Giuda manifesta la comunione piena del Figlio con ogni perduto e il comando dell’amore realizza la vita piena che il Signore è venuto a portare sulla terra». (S. Fausti). Il gesto d’amore della lavanda dei piedi, che Gesù compie non all’inizio, ma nel cuore della cena, proprio perché l’amore non può stare ai margini della vita ma deve stare al centro, nasce dalla profonda consapevolezza del suo essere rivolto al Padre: è l’imminente passaggio al Padre, che a sua volta «gli aveva dato tutto nelle mani», a suscitare in Gesù la volontà di coinvolgere in questo movimento d’amore «i suoi che erano nel mondo».

La qualità dell’umanità verso cui Gesù si piega per ricondurla al Padre è tragicamente descritta nell’intento traditore di Giuda, a rimarcare come tra il Padre e il Figlio ci sia in mezzo l’uomo tentato da satana, la cui liberazione dal maligno costituisce una delle ragioni del gesto del maestro, volto a rimuovere non tanto la sporcizia dai piedi quanto il male dal cuore. Il segno posto da Gesù, che nella Bibbia ha la connotazione dell’ospitalità e dell’accoglienza e qualche volta della sottomissione e del servizio era riservato allo schiavo non giudeo e alla sposa verso lo sposo o al figlio verso il padre.

Esso, che pertanto risulta inaspettato agli occhi dei discepoli, viene narrato dall’evangelista come un solenne rituale preparato con cura ed eseguito con tenerezza. Quattro verbi indicano la preparazione prossima della lavanda dei piedi e tre la sua esecuzione, per un totale di sette azioni, che evocano la pienezza dell’atto creativo di Dio: come il Signore ha formato l’uomo il settimo giorno, proprio ora sta ricreando «i suoi» nell’amore. Oltre che un richiamo alla creazione, le azioni di Gesù costituiscono una anticipazione dei gesti salvifici pasquali, saldando così l’inizio con “il fine” della vicenda umana visitata e redenta dal Figlio. L’alzarsi da tavola è espresso con uno dei termini usati per la risurrezione e fa cogliere come l’amore non può rimanere “seduto”, ma ha bisogno di comunicare la sua forza vitale. Il deporre le vesti, chiaramente proiettato alla nudità della croce, riscatta il disagio della nudità originaria di Adamo ed Eva, non più in armonia con se stessi, e fa comprendere come nel donarsi agli altri con “nudità”, cioè in sincerità di cuore e senza finzioni, l’uomo ritrovi il senso della propria storia.

Gesù poi prende un telo, che fungeva sia da grembiule che da asciugamano, designato con un termine mai più ricorrente nella Bibbia, volendo in tal modo sottolineare l’unicità e definitività di una scelta di prossimità che caratterizza il Cristo e dovrebbe essere assunta anche dei discepoli. Il Figlio di Dio cinge «se stesso» di questo strumento di servizio, rivestendo così di servizio la sua identità. Quando riprenderà le vesti, non rimuoverà il telo, affinché si capisca che, come il pane è perennemente spezzato, anche il servizio d’amore costituisce una dimensione permanente di quella che Tonino Bello chiamava la «Chiesa grembiule».

Osserviamo che l’opposizione di Pietro, sia che la consideriamo motivata dalla percezione della propria indegnità rispetto al grandezza di chi gli sta di fronte, sia che la facciamo derivare dal tentativo grossolano dell’apostolo di sottrarsi all’impegno di imitare il maestro nella sua scelta di servizio, interviene quando Gesù ha già lavato i piedi di alcuni discepoli. Pietro, pur potendo essere preparato ad una corretta interpretazione di tale gesto, avendolo già visto applicato ad altri, non si converte fino a quando non vive una esperienza personale della tenerezza di Dio. In un celebre dipinto di Köder, i due protagonisti sono profondamente chinati l’uno verso l’altro, ma è Gesù a disporsi come prostrato verso il discepolo, tanto che il suo volto scompare ed è visibile solo di riflesso nel catino insieme ai piedi di Pietro. È questa una delle immagini più splendenti del Cristo servo il cui amore si conosce pienamente quando raggiunge i piedi dell’uomo e noi ci sentiamo guardati e baciati nella nostra debolezza. Dopo la descrizione del fatto, il lettore è profondamente invitato a riflettere su quanto accaduto.

Gesù riprende due verbi di conoscenza, sotto forma rispettivamente di domanda: «Capite quello che ho fatto per voi?» e di proclamazione di una beatitudine: «Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica». Adesso tutti i seguaci del maestro hanno sotto gli occhi un «esempio» da imitare nella vita. Il “sapere” di Gesù riguardo al progetto del Padre viene trasferito ai discepoli che, conformandosi al Cristo Servo, scopriranno che lavarsi i piedi gli uni gli altri è espressione di sapienza divina. Il nostro testo permette dunque di guardare l’amore divino e fraterno in prospettiva sapienziale, mentre il tradimento di Giuda evocato più volte lungo il racconto può essere considerato frutto di insipienza, prima ancora che di malvagità. La lavanda dei piedi è collocata da Giovanni «prima della festa di Pasqua» come scena anticipatrice del dono di Gesù sulla croce. Credo che tale precisazione cronologica, oltre che un significato teologico, ne suggerisca uno spirituale: per poter celebrare la festa, gli uomini devono prima chinarsi verso i fratelli; questa dedizione d’amore renderà la festa un autentico elevarsi a Dio.

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