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Partire dai fallimenti per costruire percorsi di crescita

C’è un secondo tempo da giocare

di Redazione Web 17/04/2017

di Paolo Cicciù - L'attività educativa è esperienza trasfigurante. Lo sa bene chi ha la fortuna di viverla, soprattutto chi lo fa come servizio autentico. Camminare accanto a un tossicodipendente, piuttosto che a un giovane sportivo, può sembrare solo apparentemente di condividere due dimensioni diverse ma, a guardar bene, questi due impegni hanno trovato tante occasioni e momenti d’intreccio. Con i giovani si possono raggiungere risultati esaltanti ma bisogna partire sempre dall’ascolto. Sono tante le storie di disagio che traggono origine dall’incapacità, dalla miopia e dalle solite “pezze calde” degli adulti. Tanti ragazzi si trovano a galleggiare in un benessere materiale che non soddisfa il loro desiderio di umanità, che non risponde alle loro domande di senso.

Tanti ragazzi, ad esempio, sono schiacciati dalla fatica della dipendenza e troppo spesso risultano ostaggi delle proprie fragilità. Sono gli stessi giovani, le stesse storie, gli stessi volti incontrati per caso in un campo sportivo o dentro un spogliatoio in questi anni. La differenza? Nessuna! Per tanti tutto è partito tra le mille domande degli adulti, tra le L’ fatiche incontrate per trasformare le fragilità, la paura di camminare, di sbagliare o di sognare in risorsa. Ricordo la storia di chi, trovandosi “seduto” nel vuoto di uno spogliatoio, non è riuscito a rientrare in campo per giocare il suo secondo tempo. Purtroppo quest’esperienza non capita solo nei campi polverosi da gioco delle nostre Città. Queste terribili situazioni capitano a chi, a volte anche condizionato dal gruppo, sceglie di non darsi una seconda possibilità nella vita.

Un giovane tossicodipendente, alla mia domanda sul perché avesse scelto di sballarsi a tal punto da non capire nulla mi ha risposto così: «Mi annoiavo e lo sballo mi faceva stare bene». Oggi i ragazzi stanno meglio tra lo sballo, i disvalori ed il “tutto e subito”. Le fatiche, le prove, il dolore non sono più contemplate. Non serve più predicare o indicare un percorso. I nostri ragazzi hanno bisogno di chi condivide con loro un pezzo di strada, hanno bisogno di chi, con coraggio e forza, ha voglia di sedersi accanto a loro nel triste, solitario e ingiallito spogliatoio. La soluzione sta nel fare «un salto fuori dal cerchio che ci hanno disegnato attorno». Come in una partita, se hai tanti bravi giocatori è più facile vincere. Ma le fragilità dei nostri ragazzi spesso ti mettono davanti fatiche, ferite, dolori, solitudine e rabbia. È che devi provare a regalare ai ragazzi la voglia di lottare, di tirar fuori il meglio di loro, di sudare e faticare per raggiungere il loro sogno. Come nello sport, anche nella vita, il secondo tempo va sempre giocato. Un tempo che può regalare spazi, sogni e prospettive nuove. E lo spogliatoio deve allenare quel desiderio di ricerca, quella forza misteriosa che spinge i ragazzi a sognare il modo di cambiare il mondo.

La vera sfida con i nostri ragazzi, quindi, inizia proprio adesso. In questo secondo tempo ideale in cui è necessario superare, soprattutto da parte del mondo degli adulti, un pauroso narcisismo da prima pagina. Ripartire proprio da quei campi impolverati della solitudine di ciascuno dei nostri ragazzi, ognuno secondo il proprio talento. Per concretizzare quanto affermava il fondatore del Csi, ribaltando il pessimismo selettivo, in un corale «tanti, ma buoni».

* educatore e presidente Csi Reggio Calabria

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