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Obiezione, consumo critico, finanza etica: ecco l’«I care»

L'esempio di don Milani continua a essere attuale

di Francesco Gesualdi 19/04/2017

Oltre che scuola di inclusione, solidarietà, cittadinanza, Barbiana era anche luogo di socialità. Soprattutto la domenica, l’aula si affollava dei nostri genitori che raccontavano i loro problemi, gli scontri avuti con i proprietari, le angherie subite. Ogni volta il Priore (così chiamavamo il nostro maestro Lorenzo Milani) ne approfittava per farci una lezione sui meccanismi del dominio e trovare, insieme a noi, strade per ripristinare la dignità. Perciò Barbiana era anche scuola di politica che insegnava come reagire di fronte ai soprusi.
In questo contesto, una domenica pomeriggio del mese di febbraio 1965, un amico ci portò un articolo della Nazione contenente il comunicato stampa dei cappellani militari che definiva l’obiezione di coscienza «un insulto alla patria, estranea al comandamento cristiano dell’amore; espressione di viltà'». Al Priore questi giudizi parvero, a loro volta, semplicemente degli insulti e dopo un pomeriggio di dibattito collettivo, maturò l’idea di rispondere con una lettera aperta. I piani di risposta potevano essere tanti, ma da scuola laica come eravamo, decidemmo di concentrarci sulla prima accusa, quella che definiva l’obiezione di coscienza un insulto alla patria. Utilizzando i nostri libri di storia, passammo al vaglio le guerre fatte dall’Italia dopo il 1860, per capire se erano in linea con l’articolo 11 della Costituzione in base al quale «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli».
Purtroppo risultarono tutte aggressive, per cui chiedemmo, per ognuna di esse, se la patria si serviva obbedendo o disobbedendo.
Ravvisandovi incitamento alla diserzione e vilipendio alle forze armate, un gruppo di excombattenti denunciò la lettera per apologia di reato.
Nel giro di pochi mesi venne fissata la prima udienza, ma poiché il Priore era gravemente malato invece di presentarsi, scrisse la sua autodifesa sotto forma di Lettera ai giudici. Molti interpretarono la sua lettera come una richiesta di legalizzazione dell’obiezione di coscienza, in realtà è una lezione di educazione civica e morale. L’obiettivo di Lorenzo non è difendere un diritto individuale, ma promuovere un progresso collettivo. Non gli interessa tanto il diritto soggettivo di chi ha sviluppato certe sensibilità, quanto il miglioramento di tutta la società, per permettere a tutti di vivere in pace, giustizia e dignità.
Lorenzo sa che il volto della società dipende dalle leggi, per cui cerca strade per fare cambiare quelle sbagliate.
Nel ventaglio delle iniziative possibili include la disobbedienza perché sa che la non collaborazione ha una grande forza di persuasione: «In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è obbedirla.
Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. (…) E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede».
Più avanti nel testo, Lorenzo richiama la necessità di saper disobbedire anche in ambiti diversi da quello della legge, ma ci mette in guardia contro lo smarrimento morale dell’uomo moderno che ha perso la percezione del bene e del male a causa della frammentazione dei ruoli. Come esempio cita l’atomica su Hiroshima: «Il delitto ha richiesto qualche migliaio di corresponsabili , ma ognuno ha tacitato la propria coscienza fingendo a se stesso che quella cifra andasse a denominatore (…) Così siamo giunti all’assurdo che l’uomo delle caverne se dava una randellata sapeva di fare male e si pentiva. L’aviere dell’era atomica riempie il serbatoio che poco dopo disintegrerà 200.000 giapponesi e non si pente». Ed ecco la conclusione: «C’è un solo modo per uscire da questo macabro gioco di parole. Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno responsabile di tutto».
Il principio che Lorenzo ci chiede di applicare è quello della responsabilità in solido, che vale non solo in ambito militare ma in ogni momento della nostra vita collettiva. Il rischio di renderci complici di situazioni intollerabili, infatti, sussiste non solo in guerra, ma anche in banca e al supermercato.
Tutti sanno che dietro ai nostri consumi si possono nascondere sfruttamento del lavoro, violazione dei diritti umani, degrado dell’ambiente. Sappiamo anche che dietro alle banche si possono nascondere finanziamento del commercio d’armi, fuga di capitali nei paradisi fiscali, riciclaggio di denaro sporco. Quanto più compriamo alla cieca o scegliamo la nostra banca solo in base al tasso di interesse, tanto più rischiamo di sostenere pratiche inaccettabili. Se invece ci informiamo prima di agire e ci comportiamo secondo criteri sociali e ambientali, possiamo spingere le imprese verso un’altra economia.
Il che conferma che il sistema è come la statua di Nabucodonosor: all’apparenza forte, nei fatti debole perché ha i piedi di argilla. Quei piedi siamo noi, e sta a noi stabilire se vogliamo trasformarci in un ammasso duro che mette il potere in sicurezza o in una fanghiglia scivolosa che lo fa cadere giù.
La differenza la facciamo col nostro comportamento: lo rafforziamo obbedendo alla cieca, lo condizioniamo informandoci e agendo di conseguenza. Ecco l’importanza del consumo critico, della finanza etica, della sobrietà e di tutti gli altri comportamenti responsabili sollecitati anche dalla Laudato si’.
Per concludere, se vogliamo raccogliere il messaggio di Lorenzo, dobbiamo fare trionfare l’«I care» sull’indifferenza. Dobbiamo avere la capacità di rapportarci con i problemi del nostro tempo, le guerre, la crescente disuguaglianza a livello planetario, il degrado del pianeta, le migrazioni forzate, chiedendoci sempre cosa possiamo fare, a partire dalla nostra quotidianità fino alle vette più alte della politica. Con un’avvertenza: lasciamoci guidare sempre da ciò che è più vero, più corretto, più giusto, mai dalla convenienza. Lorenzo faceva così.

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