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La banchina reggina è snodo di un mondo che vuole la vera Pace

Accoglienza: la sfida a Reggio Calabria

di Redazione Web 18/04/2017

di Antonino Pangallo - Guardo le immagini di tante vittime innocenti, trucidate per la lotta di potere in Congo. Nessuno parla. Nel silenzio internazionale nuovamente Erode fa le sue vittime. Accanto a questi drammi sono giunte le scene strazianti dei bambini uccisi dal gas in Siria. Il rischio è che la terza guerra mondiale a pezzi divampi ancora di più, trascinando altri popoli nel mare di dolore nel quale i venditori di morte sono pronti ad arricchirsi vendendo armi. Non possiamo non tener conto di questo sfondo quando parliamo dell’accoglienza a Reggio Calabria. Il nostro porto è uno degli snodi nei quali è possibile intercettare il dolore del mondo nei volti di migliaia di persone, spesso minori non accompagnati, alla ricerca di una speranza.
Tutti vogliamo pace e sicurezza ma dobbiamo scegliere da che parte stare e non trasformarci in burocrati freddi, testimoni pilateschi di un nuovo olocausto. In questa direzione cercherò di accennare alla complessa tessitura della rete di accoglienza con le diverse istituzioni coinvolte. E’ indubbio che il fenomeno degli sbarchi è complesso e chiama in causa una serie di attori istituzionali, chiamati ad interagire. Ciò non è certamente facile.
Mi sembra opportuno evidenziare due dei protagonisti: la prefettura e la città metropolitana.
La prefettura rappresenta il governo nazionale sui nostri territori ed offre la garanzia di custodire l’ordine democratico. In questi anni abbiamo assistito al cambio di testimone tra due prefetti e alla crescita di impegno da parte del personale coinvolto. Chiaramente, oltre alla questione emergenziale dello sbarco, la prefettura deve fare i conti con le problematiche relative all’ospitalità temporanea. È chiesto a chi si occupa di ordine pubblico di divenire quasi assistente sociale. Questo è un incarico difficilissimo e suppletivo rispetto a chi dovrebbe prendersene cura. È auspicabile un maggiore coinvolgimento del mondo del volontariato e del terzo settore. La questione dell’accoglienza non può essere risolta a partire dalle strutture ma attraverso un concreto coinvolgimento di patners sociali, disposti a mettersi in gioco con assunzione di responsabilità, competenza e nel rispetto della legalità. Chiaramente qui si aprono scenari complessi e la gestione di questo mondo non è semplice. Credo, comunque, si stia andando in questa direzione.
Come comunità ecclesiale abbiamo fin dall’inizio scommesso nell’essere “insieme” Chiesa che serve. Il coordinamento ecclesiale sbarchi è il segno di una Chiesa che pur nella diversità desidera parlare un’unica lingua sempre in sintonia con il Vescovo. La prefettura oggi riconosce il ruolo del coordinamento e ciò non è un privilegio ma un’occasione per poter interagire e costruire percorsi ulteriori di accompagnamento. Ho visto in questi anni funzionari competenti che dietro le quinte cercano di fare andare avanti la barca. La nostra scelta di Chiesa è di moltiplicare le piccole accoglienze con caratteristiche familiari . In secondo luogo credo sia opportuna una riflessione sull’impatto che il fenomeno migratorio sta avendo sul comune di Reggio Calabria ormai avviato a far parte della città metropolitana. All’inizio la città ha vissuto nello smarrimento il fenomeno, forse anche nell’illusione che “Reggio non è una città di sbarchi”. Col tempo si è presa consapevolezza di cosa stava avvenendo cercando di vivere il presente non solo come emergenza da evitare, ma come opportunità di crescita.
Segnalo solo due sfide. La prima è quella dei numerosi minori non accompagnati, affidati alla responsabilità del comune: è un lavoro immenso che vede le poche risorse umane dei servizi sociali immerse in un lavoro delicatissimo. La recente legge sui minori trova in loco l’enorme fatica nella gestione del fenomeno come quella della puntuale gestione delle convenzioni.
In secondo luogo, è opportuno segnalare il permanere di un vuoto rispetto alla primissima accoglienza. Le strutture individuate in questi ultimi anni sono state restituite alle finalità originali (spesso palestre) e non sono mancate le criticità sottolineate in un modo eccessivo da alcuni media nazionali, fino alla denigrazione di una città che in realtà con fatica si sta mettendo in gioco. È indubbio che occorre presto individuare uno o più siti capaci di poter svolgere il servizio della primissima accoglienza. Naturalmente si tratterà anche di mettere in opera le indicazione della recente legge Minniti- Orlando. Ma la predisposizione di strutture idonee è quanto mai urgente. L’arrivo del bel tempo ed il perdurare delle crisi continueranno a portare folle di disperati sulle nostre coste. C’è da chiedersi quanto, nel costruire la città metropolitana, si possa trovare nei migranti una risorsa capace di vitalizzare centri ormai spopolati, scuole a rischio chiusura, campagne abbandonate ed altre realtà che potrebbero, con un forze nuove, essere rivalorizzate. Uno dei ragazzi accolti da Filoxenia è di origine copta. Parlando con lui dell’attentato di Domenica delle Palme in alcune chiese egiziane, stupito e commosso mi sento dire: “Morire per amore di Gesù per noi è una grazia, non è un problema”. E aggiunge: “Noi cristiani copti abbiamo dentro un fuoco che brucia, io ho un fuoco che brucia e come vorrei diffonderlo!”. E non è il fuoco della violenza terrorista o della guerra, è il fuoco dell’Amore! Anche la nostra Reggio desidera lasciarsi bruciare dall’Amore di Cristo ed aprire le porte con cuore ed intelligenza a chi bussa alla nostra porta.

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