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Il primo rischio subdolo è l’inconsapevolezza da parte dei giocatori del tasso di dipendenza

Ludopatie: la forza di chiedere aiuto

di Redazione Web 21/04/2017

La ludopatia si fa fatica a definirla una patologia. Per tanti è “solo” un vizio. Un qualcosa da cui potersi distaccare immediatamente. Eppure così non è. Sono «mercanti di morte», come li definisce Luciano Squillaci, presidente nazionale della Fict (Federazione italiana delle comunità terapeutiche) nel corso del primo workshop istituzionale sul contrasto al gioco d’azzardo. Un intervento accorato il suo che ha puntato il dito contro quelle imprese che lucrano sulle ludopatie. «Povera quella società che deve lavorare sulle tragedie degli altri ». Parole chiarissime che riecheggiano nell’Urban Center di Reggio Calabria come macigni. Macigni perché quel luogo, che ha ospitato il primo workshop istituzionale sul gioco d’azzardo patologico in riva allo Stretto, è frutto proprio degli introiti dai videopoker: è, infatti, uno dei beni confiscati a Gioacchino Campolo, dominus delle scommesse.
E proprio in quello spazio che è avvenuto qualcosa di davvero straordinario. Tra i presenti vi era anche un ex giocatore, che nel corso della serata hanno voluto raccontare la sua esperienza. Mettendoci la faccia: «Tutto inizia senza farci caso – dice un ex giocatore – finisci per buttarci dentro i risparmi di una vita e rischi di chiedere aiuto alle persone sbagliate ». Un racconto con la voce tremante di chi oggi vive una nuova stagione della propria vita. «Per fortuna adesso sono in terapia, ma dico a tutti, adulti e giovani: non fatevi ingannare». Sì, un inganno. “Non azzardiamoci a chiamarlo gioco”, come titola il workshop di Reggio Calabria, che è già un primo passo fondamentale. Al pari di quello fatto da questo ex giocatore nel chiedere aiuto rispetto alla dipendenza dal gioco d’azzardo.

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