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Il matrimonio vero che diventa finto

Il matrimonio vero che diventa finto

Popolo di irresponsabili o di teledipendenti?

di Manuela Vinai 25/04/2017

Le contraddizioni della globalizzazione ed errate convinzioni sul romanticismo, fanno sì che ci si indigni per i matrimoni combinati e poi ci si presenti in 1300 per sposare un perfetto sconosciuto.
Succede in Italia, ma anche dovunque sia programmato “Matrimonio a prima vista”, giunto nel nostro Paese alla seconda edizione e in onda su Sky. Il format è noto: si prendono due perfetti sconosciuti – precedentemente selezionati da un sociologo, uno psicologo e una sessuologa – e li si unisce in matrimonio senza troppe cerimonie. O, meglio, con la sola cerimonia nuziale, che al resto ci si deve arrangiare. Se son rose fioriranno, se son cactus ci si pungerà. In ogni caso è tutto pagato.
“Prima di iniziare mi chiedevo: chi può mai decidere di sposare uno sconosciuto?”, confessa in un’intervista pre-lancio Filippo Cipriano, l’ad di Nonpanic che produce il format, a proposito della serie italiana: “In alcuni Paesi alla fine nessuno aveva accettato di farlo. Invece nella prima edizione, dopo che abbiamo detto ai single convocati cosa chiedevamo loro, il 50% è rimasto: è la percentuale più alta nel mondo”. E a questo giro, che già si sapeva dove si andava a parare, si sono presentati ai casting in più del doppio: o siamo un popolo di incoscienti oppure aveva già detto tutto Garrone con “Reality”.
E ancora, dice Cipriano: “Il problema è stato come sposare i protagonisti in tempi brevi: la burocrazia italiana non aiuta” e poiché alcuni sindaci hanno rifiutato “per un motivo etico”, alla fine è stato scelto “il sindaco di Rivello, in Basilicata: ci ha assicurato tranquillità nelle tempistiche. Abbiamo fatto cambiare la residenza a tutti gli sposi. Siamo seguiti da due uffici legali, ormai sappiamo tutti gli escamotage”. Ovvero, come ti aggiro legalmente la legge, uno fra tutti la faccenduola delle pubblicazioni. Così, per evitare un inopportuno e precoce disvelamento di identità, non si fanno nemmeno le pubblicazioni: si paga una multa dopo e chi s’è visto s’è visto. Giova ribadire un concetto semplice: come è possibile che si scatenino le penne più affilate contro i sindaci “obiettori” ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, e si accetti con una scrollata di spalle che vi siano sindaci che si prestano ad avallare nozze in cui l’effettiva volontà dei nubendi “di realizzare una comunione spirituale e materiale di vita con l’osservanza dei doveri e l’esercizio dei diritti previsti per i coniugi dal codice civile” è quantomeno dubbia?
Interessante notare come la vituperata tradizione antica in cui la famiglia patriarcale valutava la convenienza e l’opportunità delle nozze viene qui sostituita con un triplo salto mortale dalla libertà totalmente autodeterminata di chi, con nemesi perfetta, si affida alle valutazioni di tre tizi sconosciuti per farsi assegnare il coniuge. Nemmeno la possibilità di fare una cernita prima, come previsto persino dalla più peregrina tra le app di appuntamenti. Niente da fare, le clausole sono chiare e, a quanto pare, condivise: si accetta di unirsi in matrimonio con qualcuno che non hai mai visto e che qualcun altro ha scelto per te ritenendolo adeguato. Tanto se non “funziona” c’è l’opzione divorzio, delle cui spese si fa carico la produzione, “purché sia annunciato nel programma”.
Dopo i non lusinghieri risultati della prima edizione – tre divorzi su tre coppie non è precisamente un lieto fine – gli autori si sono messi al lavoro per cercare di affinare al meglio l’amalgama tra i concorrenti, così da dare ai neosposi un briciolo di possibilità di riuscita che vada oltre le cinque settimane da contratto. Intanto, quello che è stato definito l’ennesimo esperimento sociologico per via televisiva, finora un paio di cose le ha già dimostrate. In primo luogo il fatto che – programmi alla mano – per andare in televisione si fa davvero di tutto. Sull’argomento esiste ottima letteratura e splendidi film, quindi leggete e guardate, non serve che qui si sintetizzi. Dopodiché, e non secondariamente, che dal matrimonio farsa se ne esce tutti più poveri: se niente importa, perché innamorarsi?

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