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Don Pino Demasi e i suoi ragazzi «a lavoro» nella Piana di Gioia Tauro

La speranza sui campi dei clan

di Redazione Web 01/05/2017

di Antonio Napoli - B come Bene confiscato. Dai terreni confiscati, utilizzati per fini sociali, nasce il bene, il ben–essere di uomini liberi. Un contrappasso formidabile contro le mafie. Succede nella Piana di Gioia Tauro, territorio spietatamente occupato dalle cosche. Tredici anni fa, un gruppo di giovani dà vita alla cooperativa Valle del Marro. Giovani ribelli alla mentalità mafiosa. Percorsi comuni in Parrocchia, sotto la guida educativa di Don Pino Demasi, parroco di Polistena. E così scelgono di fare un’impresa agricola sui vasti e fertili terreni della Piana: quelli tolti dallo Stato ai clan della ‘ndrangheta. Sarà una scommessa vincente, la cooperativa, malgrado le numerose ritorsione mafiose.

Incendi e tagli degli uliveti, furto e sabotaggio delle macchine agricole. Per questo molti, all’inizio, bollavano quell’avventura come un’utopia. Roba da sognatori un po’ folli, si diceva in giro. Ma il desiderio ostinato di cambiare la propria terra si fa strada. Ha la forza della fede. E nel giro di pochi anni, sorprendendo i più scettici, quel sogno diventa segno concreto: di lavoro vero, di sviluppo sano, di autodeterminazione del proprio destino. «Il nostro parroco ci richiamava al senso di responsabilità» ricorda Domenico Fazzari, quarantenne, oggi presidente della cooperativa, infanzia e giovinezza trascorsi nell’oratorio. «Ci diceva sempre, mentre crescevamo, “dovete essere voi i protagonisti del cambiamento”: ci parlava di cose concrete». E così quei giovani, cogliendo l’opportunità di due iniziative affini – il progetto “Libera Terra” di Libera e il progetto Policoro della CEI – non esitano a mollare altre prospettive. E vanno a lavorare la terra, in forma cooperativa. Prim’ancora che un gesto di coraggio, è una scelta di coerenza. «Abbiamo ricevuto una fede concreta» dice Sergio, un socio della cooperativa, «e un’educazione che ci ha liberato dalla mentalità dominante. A ciò si è aggiunta un’opportunità, quella dei beni confiscati, con la legge 109 del 1996. Ed ora è il momento di dare ad altri la stessa opportunità».

La Valle del Marro è una cooperativa sociale di tipo B, che attraverso il lavoro agricolo e il cambiamento culturale, vuole costruire il ben–essere per tutti, a maggior ragione per i più deboli, i soggetti svantaggiati. Più diritti, più solidarietà, un impegno sempre più condiviso per liberare il territorio dalle mafie. E una Chiesa in prima linea, che fa la differenza. Così si garantisce il lavoro vero e qualificato della cooperativa Valle del Marro, inclusivo sia per gli italiani sia per gli stranieri. Per le vittime dello sfruttamento, che sono tante nel settore agricolo. In questi anni, alcuni di loro, migranti della tendopoli di San Ferdinando, grazie a progetti mirati (“La Tenda di Abramo” in collaborazione con la Caritas, il progetto “Immigrazione, lavoro e integrazione”, in collaborazione con la Fondazione toscana “Il cuore si scioglie”) hanno usufruito di borse di lavoro presso la Valle del Marro, sperimentando il riscatto sociale, il sapore della libertà.

C’è un’agricoltura che produce ben–essere: un’agricoltura libera, sociale e biologica. E va sempre di più rafforzata. «Dalla cura della terra, e dall’attenzione all’uomo, nascono prodotti sani, sotto diversi punti di vista» spiega il presidente Fazzari. «Prodotti sani perché biologici, nello stile dell’ecologia integrale di cui parla Papa Francesco nella Laudato Sii. Ma sani anche perché sono il frutto di una imprenditoria sociale, che s’impegna per la vita e per la dignità dei territori».

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