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Parla il presidente del Parco Nazionale che racconta i grandi passi in avanti fatti

Statuto metropolitano: la montagna ignorata

di Federico Minniti 09/05/2017

Giuseppe Bombino ha il passo dello scalatore. Raramente si alza sui pedali, ma nel suo ragionamento pacato non mancano vigorosi “scatti in avanti”. Soprattutto quando parla della “sua” montagna. Andando oltre i cliché: «Corrado Alvaro portò l’Aspromonte in Europa e, adesso, noi non sappiamo portare una Città Metropolitana nell’area dello Stretto».

O addirittura non siamo capaci di portare l’Aspromonte nella Città metropolitana.
Lo dico chiaramente: lo Statuto della Città metropolitana è poco intelligente; andando oltre la convenienza fisica, ossia l’unico caso sul pianeta in cui un Parco nazionale sia interamente all’interno di un territorio metropolitano, ci sono due diverse espressione dello Stato che hanno la possibilità di dialogare in un nuovo assetto.

Vedute distanti?
Avrei offerto un modello, quello della comunità del Parco, in cui 37 comuni, quasi un terzo del totale, già hanno eletto a valore la natura come spirito identitario. Uno spunto valido per la metropolizzazione.

Lei parla di policentrismo, mentre per molti la città sarebbe “Reggiocentrica”.
Sostanzialmente mancando una visione strategica si è rivolta ai paesi periferici mantenendo una sorta di distanza che si è tentato di colmare con dei finanziamenti.

Mentre i borghi non mancano di protagonismo culturale, si pensi all’accoglienza riservata ai migranti.
L’Aspromonte è sempre stata una soglia al centro del Mediterraneo. L’incontro è nel dna di questa montagna. Nel passato – parliamo di una storia di cinquemila anni – è stato attraversato da popoli, da religioni. È il luogo del dialogo per elezione, che non respinge, ma accoglie. Noi abbiamo interpretato questa storia rendendola attuale con i ragazzi che transitano sul Mediterraneo.

Ripopolamento dei paesi interni, ma anche tutela del territorio?
Vogliamo rafforzare alcuni progetti che ci hanno restituito grande gratificazione. Mi riferisco a quello della “Via Lattea” che ha guardato all’umanità, spesso emarginata, pastorale. Non solo abbiamo favorito la creazione di questo consorzio, ma li abbiamo rivalutati nel merito della lotta agli incendi boschivi.

Con quali soldi?
Sono fondi espressamente dedicati agli incendi boschivi: mediamente con 70mila euro per stagione. Un investimento esiguo rispetto a un territorio che è di 65mila ettari, fortemente antropizzato e complesso per morfologia.

Anche perché i boschi potrebbero essere sinonimo di economia.
Noi siamo la quinta regione d’Italia per estensione boschiva, ma questo patrimonio non riusciamo a renderlo produttivo. Al netto di tutte le speculazioni ideologiche, il bosco può essere utilizzato con approcci naturalistici.

Di chi è la responsabilità di questo ritardo?
In 40 anni di regionalismo abbiamo dovuto attendere il 2011 per avere una legge sulla montagna.

Anche sul turismo si registra qualche passo indietro.
Gambarie si risolleverà solo se chi opera su quel territorio ci crederà fino in fondo. E per farlo gli operatori economici dovranno – forzatamente – fare uno scatto in avanti in termini di pacificazione. Bisogna attivarsi per rendersi più attrattivi verso le generazioni più giovani.

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