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Una delle nuove opere di prossimità autentica è destinata a tutte le persone affette da Hiv

Mettersi accanto a chi è senza diritti

di Redazione Web 10/05/2017

Quando si parla di HIV/AIDS non puoi fare a meno di osservare le reazioni delle persone che hai davanti: qualcuno tra gli adulti sgrana gli occhi. «Perché la Caritas sceglie di parlare di questi argomenti? Non entrerà troppo in discorsi che possono confondere?» Qualcun altro, più giovane, si apre ad un sorriso ed esclama: «Era ora che anche la Chie- sa cominciasse a parlare con noi giovani di alcune tematiche importanti», altri restano indifferenti... «in fondo è un argomento che non mi tocca, distante da me». Durante le attività del progetto Effatà, dopo alcuni incontri informativi, sono stati proposti a dei giovani, alcuni momenti di animazione presso la Casa Famiglia “Don Italo Calabrò”. Qualcuno, sorpreso, si chiedeva dove fosse questa struttura. Non si può guardare a questi momenti senza riflettere su come l’uomo abbia la possibilità di costruire ponti o muri, relazioni significative o pregiudizi.
«Perché siete qui? – dice uno di loro in tono piccato– siete venuti a vedere come siamo, come viviamo, a fare una buona azione e poi sparire? Fanno tutti così. Si attenzionano alla nostra realtà in vista del 1 dicembre. Si parla per qualche giorno del problema e poi di nuovo scende il silenzio. A nessuno interessa veramente della nostra situazione, dei nostri mancati diritti e di come sia difficile ricostruirsi una vita quando percepisci che dire di essere sieropositivo, può modificare il comportamento della gente». Il suo tono polemico e per alcuni versi aggressivo è in contrasto con il suo sguardo: occhi velati di tristezza e solitudine che lasciano intravedere un’ombra di paura. «Voi siete giovani e siete fortunati, non sprecate la vostra vita e fate in modo che si conosca la verità su questo problema. Se ne parla poco e male. Stringerci la mano, abbracciarci, parlare e mangiare con una persona come noi, non comporta rischi, se non quello di dare la possibilità a qualcuno di sentirsi accettato, così com’è». Un cerchio ricco di emozioni quella sera: aspettative, tensioni, attesa, prospettive. Tutto si è naturalmente ricondotto ad un clima disteso e conviviale quando si è compreso che il nostro essere lì era solo orientato a vivere un’esperienza insieme. Nessuno tra quei giovani era venuto in Casa famiglia con l’idea di capire, di domandare, di intervistare. Un esercizio importante da vivere con chi riesce ancora a guardare il mondo con lo sguardo dello stupore, non del giudizio. Peccato che tanti adulti non riescano a farlo. Questa la sfida che la Caritas in questo progetto nazionale attivato con i fondi 8xmille vuole portare avanti: incontrare le persone, tutte. Accogliere l’uomo nella sua situazione di vita, sempre.; promuovere la vita attraverso l’esperienza del servizio, con lo stile del grembiule e del catino.

Lidia Caracciolo

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