accedi | registrati | 23-5-2019

Lo rivela il giornalista-scrittore nel corso del convegno sul tema delle migrazioni tenutosi a Reggio Calabria

Nello Scavo: «Un mujaheddin mi parlò di accordi con i calabresi»

di Federico Minniti 23/05/2017

Una discussione libera, franca, senza condizionamenti ideologici. Parlare di migrazioni, farlo in Calabria in quel porto d'approdo delle rotte mediterranee non era semplice: la tentazione di cadere nella retorica poteva essere dietro l'angolo. Eppure la Libreria Paoline di Reggio ha accolto un buon numero di reggini incuriositi dal tema e dai relatori. Uomini e donne che – quotidianamente - “toccano con mano” le ferite di un dramma internazionale che ha però delle ripercussioni sul nostro territorio. Quei «serbatoi di uomini» che vanno riversati altrove per rimpinguare la ricchezza di pochi. Così il Mezzogiorno di Italia è sinonimo di Africa se si riflette sulla “depressione” socio-economica a cui è costretto. Tanti i temi, ben gestiti da Maria Laura Tortorella del laboratorio “Patto Civico” che ha moderato l'incontro. Una prima fase dedicata al focus operativo in riva allo Stretto con le testimonianza di Giovanni Fortugno della Comunità Papa Giovanni XXIII da sempre in prima linea rispetto al fenomeno dell'immigrazione e di Maria Rosa Impalà, coordinatrice del progetto “Incipit” che tutela e guida le donne vittime di tratta. Uno spaccato durissimo, quello raccontato dai due che hanno squarciato il velo dell'ipocrisia circa gli arrivi dei migranti al porto di Reggio Calabria e, in specifico, rispetto a tutte quelle ragazzine costrette a prostituirsi per pagare il “proprio” debito.
Storie di tratta, storie di schiavitù. Ma perché questi uomini e queste donne scappano dal loro Paese? In tanti si danno risposte pre-confezionate: «Perché hanno paura». Vero a metà. C'è una responsabilità collettiva dietro quella fuga: scappano perché sono poveri. Il motivo della loro indigenza è da rintracciare negli interessi macroeconomici che affamano delle aree in modo strumentale. Lo spiega bene, Nello Scavo, autore di “Perseguitati, e che ha viaggiato lungo tutto l'emisfero, facendo visita ai luoghi più emarginati del pianeta. «Fino a due anni fa i migranti non passavano dalla Libia, ma dallo Yemen; fin quando in quella nazione non è scoppiata una guerra di cui nessuno parla. Soprattutto in Italia vige il silenzio assoluto sul conflitto in Yemen. Il motivo è semplice: c'è una fabbrica tedesca con sede in Sardegna che ha prodotto 22.500 ordigni per la coalizione saudita. Un incremento del 1.450% rispetto al triennio precedente». Logiche economiche che nutrono, quindi, le disparità: una strategia che guida i “senza-speranza” in Libia passando dall'Italia. Un quadro di specchi riflessi che Nello Scavo non esita a definire «strategica». L'economia militare vive sulle spalle delle guerre, ma non solo. C'è anche quella criminale, in particolare la più grande holding mafiosa del globo: la 'ndrangheta. «Un mujaheddin in Siria mi ha parlato di “accordi con dei calabresi”, gli stessi che avevano dei patti di sangue con la mafia turca».
Gli Iamonte di Melito Porto Salvo, per fare un esempio. Ma non gli unici. A ritrarre il profilo mafioso ci pensa Roberto Di Palma, sostituto Procuratore di Reggio Calabria: «La 'ndrangheta ha una natura parassitaria. Per questo motivo è fortemente possibile che anche il fenomeno dell'accoglienza dei migranti faccia gola ai boss». D'altronde la tratta degli esseri umani può essere un business proficuo. Soprattutto per la 'ndrangheta che nel tempo si è strutturata come una vera e propria “società di servizi”: «Noi siamo il passato, il presente e il futuro. Ci pensiamo noi a tutto», dice Roberto Di Palma citando le parole del capo-bastone Piromalli. E proprio la Piana di Gioia Tauro ha monopolizzato il “mercato” dei migranti nel settore dei braccianti agricoli.
«Attenzione ai professionisti dell'accoglienza – avverte Di Palma riferendosi al celebre brocardo di Leonardo Sciascia – e attenzione a tutti quei gangli malati della Pubblica Amministrazione in affare con i clan». Parole chiarissime che ricollocano il fenomeno dei migranti, quantomeno l'ultima propaggine ossia quella della gestione degli sbarchi, in un'ottica tutt'altro che lontana dal nostro territorio.

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