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Non è la Calabria

L'aggressione a Don Giorgio, l'omicidio di Mileto e il baciamano a De Giorgi

di Carmine Gelonese 05/06/2017

Osservando la sequenza delle cronache locali di questi giorni, e vivendole da membro della comunità di Santa Maria del Divin Soccorso, non si può che rimanere sconvolti. Un gruppo di ragazzotti, frequentatore abituale di una piazza cittadina, aggredisce e mette in fin di vita un anziano sacerdote reo di aver cercato di fermare gli schiamazzi notturni; un ragazzo del vibonese uccide a sangue freddo un amico, il suo migliore amico, a quanto pare per questione di ragazze; un boss della ‘ndrangheta viene arrestato e portato via tra gli ossequi e il baciamano dei passanti.

C’è un fondo di violenza quotidiana, che non conosce confini regionali ed è alimentata dagli stessi media e social che la raccontano con il compiacimento di qualche punto in più di share o di like, e che da noi si innesta su un tessuto sociale già abbondantemente degradato. E mi sono posto la domanda: ma alla fine, è questa la vera Calabria? È proprio quella raccontata da tanti che hanno fatto carriera, e da quanti la stanno facendo in questi giorni, sulla narrazione storica, socioeconomica, politica di un popolo da sempre assuefatto alle dominazioni? E il nostro popolo è quello che attende all’uscio il capocosca arrestato, quello dell’ossequio peloso verso chi detiene temporaneamente il potere, che sia nascosto e scalzo nell’anfratto di un camino o che sia ben vestito con cravatta o mantello?

Perché le immagini di San Luca raccontano certamente la vittoria delle Forze dell’ordine che hanno arrestato un criminale, ma anche la celebrazione di un potere non ancora sconfitto. Perché la (presunta) felicità di questa gente di mafia non è tanto il denaro, che pure scorre a fiumi nella forma del contante raccolto con la droga, i videogiochi, il racket, con tutto quello che si può spremere dalla vita quotidiana con lo scarso contrasto dello Stato (basti pensare al gioco d’azzardo e a come prolifera anche nella nostra città). Prima ancora del denaro, e della ricerca dei soldi facili in una terra povera di occasioni di lavoro, è il potere la vera bestia, contro la quale spesso si scaglia papa Francesco; è la principale tentazione, direi la vera ossessione che fa capolino sorniona dalle vicende quotidiane. È il potere, e la corruzione che ne è compagna, che viene cercato, voluto, nutrito dai soldi, celebrato dalle armi, e che diventa la prevaricazione di un uomo su altri uomini, di una famiglia su altre famiglie, di giovani su altri giovani o su un anziano parroco.

Ma questa, almeno per me, non è la vera Calabria. This isn’t Calabria, vorrei dire ai turisti stranieri che stanno passeggiando su un assolato corso Garibaldi. Ne è una parte, rumorosa anche nei suoi silenzi, sfacciata nelle sue manifestazioni, subdola nei suoi meccanismi. Ma è solo una parte, una minoranza. La maggioranza è un’altra. È quella che sta nei porti calabresi ad accogliere i profughi, e che costruisce occasioni di inserimento sociale e opportunità di lavoro buono su strade che invano si tenta di sporcare; è quella dell’associazionismo reale, quello delle persone e non delle sigle da spendere sui giornali, che pur con le ossa ammaccate ravviva le parrocchie e i centri di aggregazione nei paesi e nelle città.

È quella di amministratori locali, non sono pochi, che tentano di rimettere in piedi una dignità quotidiana di centri urbani in uno slalom continuo tra ostacoli di diversa natura; È quella di sacerdoti che non amano definirsi “antimafia”, ma che nel silenzio operano ogni giorno a fianco dei poveri che bussano alle porte delle comunità o che rimangono sulle strade dei nostri quartieri; è quella di magistrati e forze dell’ordine, che lavorano con mezzi ancora troppo esigui per tutto quello che c’è da fare, e che sempre più si aprono alla cittadinanza per rafforzare la prevenzione accanto ai tradizionali strumenti di repressione; è quella di insegnanti ed educatori, che si ritrovano ogni giorno a dover supplire alle carenze di un tessuto sociale che in pochi decenni ha subito una reale mutazione genetica; è quella di famiglie che devono fare ogni giorno i conti con le macerie della precarietà del lavoro e degli affetti; è quella dei giovani, quelli rimasti, che vorrebbero veramente cambiare la propria terra, ma che faticano a trovare punti di riferimento stabili nel mondo adulto; è quella di cittadini e gruppi che prendono ogni giorno l’impegno di preservare la bellezza della Calabria, del suo mare, delle sue spiagge, delle sue montagne, dei suoi parchi, della sua storia; è quella di chi l’ha lasciata, la Calabria, per studiare o lavorare fuori, e mantiene un legame fortissimo con la propria terra, un cordone ombelicale che dall’esterno non si può capire né recidere.

È solo che tutta questa maggioranza, almeno in Calabria, non sa di essere tale. A furia di stare ventre a terra, le capita di non alzare la testa per vedere quanto è numerosa; è individualista, o divisa in famiglie ognuna delle quali, ritenendosi depositaria della verità sull’essere e sul fare, non riesce a fare squadra; è ammalata di benaltrismo, per cui ogni singola azione viene messa in campo viene seppellita dalla stessa, ignobile, frase: “ci vuole ben altro”; è talvolta compiaciuta in singole manifestazioni, convegni, incontri in quegli stessi luoghi dove poi, talvolta, si cuoce quel brodo in cui sguazza “la minoranza” di cui sopra: nella formazione delle classi scolastiche, nella prevaricazione di graduatorie e concorsi, nei favoritismi fatti per acquisire quelli che in qualunque altra parte del mondo sono diritto per chiunque.È La Maggioranza dei Calabresi e delle sue Istituzioni di ogni ordine e grado, compresa la nostra amata Chiesa, ha bisogno di fare squadra, con tanta umiltà, determinazione e tenacia, qualità, le ultime due in particolare, che ai Calabresi certamente non mancano. Una Pentecoste laica, che ci faccia pervenire ad un unico linguaggio da parlare ogni giorno, quello del bene, della giustizia e dello sviluppo solidale e inclusivo, da tante lingue e tante provenienze diverse.

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