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Il presidente (sospeso) della commissione anti-'ndrangheta spiega la sua posizione

La difesa di Arturo Bova: «Mai stato indagato»

di Redazione Web 05/06/2017

"Questo caso non esiste. A conclusione della conferenza stampa chiederò urgentemente una riunione di maggioranza a Oliverio e a Irto dove ribadirò le mie convinzioni ed a conclusione della quale mi riserverò di esporre pubblicamente le mie ulteriori riflessioni". A dirlo è stato il presidente autosospeso della Commissione regionale antidrangheta Arturo Bova, che ha incontrato i giornalisti a Palazzo Campanella, senza rispondere alle domande, per ribadire "la mancanza di qualsiasi legame o di accostamento, della mia persona con inchieste penali in corso coordinate dalla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro". "Vicende giudiziarie a me estranee, come l'indagine 'Johnny' - ha aggiunto - che mi hanno indotto comunque, per la stima verso le persone che mi conoscono e per il rispetto dovuto alle istituzioni, a convocare una conferenza stampa proprio per confermare che già nell'inchiesta 'Falcos' del 2009, era emersa la struttura societaria di un'impresa edile di Roccelletta di Borgia che avevo cogestito con miei cugini, e nessuno mi aveva mai chiesto, inquirente o magistrato che fosse, conto di quella posizione. Anzi mi recai personalmente dal pubblico ministero accompagnato da un noto avvocato penalista di Catanzaro proprio per spiegare le ragioni che mi avevano spinto ad aiutare i miei cugini a mandare avanti l'impresa, vicenda che si concluse con pesanti perdite finanziarie di cui mi sono fatto carico per la parte di mia responsabilità. Tant'è che spedii una lettera ai commercialisti che assistevano l'azienda, di rinuncia ai benefici futuri o a fare fronte ad eventuali perdite".
"Non sono mai stato indagato e non lo sono adesso - ha proseguito Arturo Bova - e perché solo adesso, nel 2017, a distanza di otto anni, qualcuno tira fuori quella storia? La mia strada si incontra dunque con quella della persona indagata non per avviare una società in affari, ma solo ed al contrario, per cedere definitivamente le quote ed interrompere un rapporto societario da me iniziato con altre e diverse persone. Addirittura si è insinuato che avrei utilizzato quella partecipazione societaria per costruire la mia ascesa politica, facendomi dapprima confermare consigliere ad Amaroni nel 2004, diventandone sindaco cinque anni dopo e usando poi quella posizione come trampolino di lancio per l'elezione in Consiglio regionale". "Io - ha concluso Bova - ho cercato invece di assicurare la presenza dello Stato, della Regione Calabria, della presidenza della Commissione antindrangheta laddove era necessario: in decine e decine di scuole, nelle Università, nei consigli comunali aperti al pubblico all'indomani dei tanti attentati ai valorosi sindaci e amministratori locali della Calabria, focalizzando la mia attenzione sul pericoloso intreccio mafia-politica (deviata)- massoneria deviata, convocando una Commissione ad hoc e trasmettendo i risultati alla Commissione nazionale antimafia. Cosa sia successo in Italia sull'argomento è di dominio pubblico".


La vicenda: La società in comune tra il boss Catarisano e Arturo Bova

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