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Colloquio col prefetto di Reggio Calabria su «sacro e legalità» sull'incontro di stamattina

Riscoprire Polsi alla luce della fede

di Davide Imeneo 03/07/2017

Polsi, porte spalancate alla legalità. Questa è l’intenzione del Prefetto di Reggio Calabria, Michele di Bari, che domani, assieme al ministro degli Interni, il reggino Marco Minniti e al vescovo di Locri – Gerace, Francesco Oliva vivrà una giornata intensa in quello che per troppi anni è stato considerato il Santuario della ‘ndrangheta. «Impegno dello Stato, della Chiesa e della intera comunità dei fedeli nonché della società civile – dice il Prefetto di Bari – deve essere quello di riportare Polsi e il Santuario alla sua funzione più genuina di luogo di spiritualità depurandola di ogni impropria contaminazione».

Un luogo da riscoprire.

La relativa inaccessibilità dei luoghi, la natura incontaminata che racchiude la valle, la solitudine e il silenzio che circondano lo spazio sacro hanno fatto di Polsi un privilegiato luogo di raccoglimento per chi è alla ricerca del divino.

Eppure non mancano spazi di ambiguità.

È del tutto evidente che l’asprezza e la solitudine degli spazi oltre a favorire la meditazione dei fedeli sia stata anche utilizzata, nel più recente passato, dalla ‘ndrangheta come punto di incontro delle varie cosche per discutere strategie criminali e delineare piani d’azione. E qui si inserisce il tema ineludibile del rapporto tra «il sacro e la legalità».

Un rapporto – spesso – travagliato.

È infatti accaduto spesso, soprattutto in passato, che lo spirito di Misericordia, che pure è un tratto distintivo del messaggio cristiano, sia stato strumentalizzato dalla ‘ndrangheta che, spesse volte, anche i momenti più privati della nostra esistenza ha piegato ad una visione distorta delle tradizioni cristiane, il battesimo e la confermazione, con i padrini. Persino la morte, il momento finale e più solenne della esistenza terrena di un individuo, è spesso divenuto, nella cerimonia delle esequie, una pubblica dimostrazione della potenza e delle alleanze delle consorterie malavitose che, in più circostanze, hanno richiesto l’intervento dei Questori che hanno proibito tali funerali pubblici.

Eppure i vescovi calabresi hanno più volte ribadito con forza la loro posizione in merito a questo delicato aspetto.

La svolta decisiva può e deve comunque venire soltanto dal basso, dalla Comunità dei credenti , guidati da sacerdoti coraggiosi e non rassegnati. Infatti, l’agire e l’operare nel rispetto delle regole è parte integrante del patrimonio culturale, etico e morale di ogni credente ed è, nel contempo, la forza propulsiva per costruire una società in cui il diritto, la solidarietà, la giustizia siano gli elementi fondanti per la libertà e per l’ affermazione del bene comune.

Occorre ripartire dalle comunità?

Grande è la responsabilità affidata ai parroci nella formazione dei giovani ai quali dovrà essere assicurata un’adeguata preparazione affinché siano capaci, lungo il percorso della vita, di saper «leggere i segni dei tempi» e di non deflettere sui principi di legalità, di giustizia e solidarietà. È urgente e indispensabile uscire dalle sacche dell’equivoco in cui, come nel primo millennio cristiano, peccato e reato coincidono e acquisire la matura, piena consapevolezza di una evidente e cristallina distinzione, riprendendo gli insegnamenti di San Tommaso.

Cosa deve fare di più la Chiesa?

Alla Chiesa si chiede di continuare questa primavera dell’antimafia, in adesione, ai contenuti del documento della Chiesa italiana sulla realtà del mezzogiorno, “Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno” che affronta, tra l’altro, il rapporto della chiesa e la cultura mafiosa, assumendo una chiara e rigorosa posizione.

Parliamo di un’antimafia dei fatti.

Esemplari e generose testimonianze di un rinnovato impegno antimafia sono facilmente visibili nei diversi campi di azione, soprattutto nelle parrocchie dove non mancano sacerdoti animati da fervore e da coraggio, non rassegnati, al pari di tanti laici che si spendono per le loro comunità con altrettanta generosità e spirito di servizio. Non mancano tuttavia comportamenti e atteggiamenti, se non ipotesi di reato, che hanno interessato anche i presbiteri.

Probabilmente servirebbe più coraggio nel laicato?

Si avverte sempre più l’esigenza di costruire un progetto unitario contenente una vibrante azione educativa e culturale, segmento più congeniale al percorso pastorale di una chiesa di frontiera dove nulla è perduto. Anzi, una consolidata spinta culturale può travolgere gli eventuali timori e consente di camminare, seppur lungo vie parallele con gli altri soggetti istituzionali, verso quegli univoci obiettivi, tesi a perseguire la sconfitta della ‘ndrangheta .

Un rinnovato «patto» con le Istituzione statali?

La cultura della legalità deve indossare non più gli abiti della proclamazione dei principi ormai unanimemente conosciuti quanto quelli del pragmatismo e della leale collaborazione. Alla visione etica, spesso avulsa dal contesto ambientale, è necessario unire una cultura della legalità che possa trasformarsi in atti, superando paure, timori e silente rassegnazione.

Lo Stato è pronto rispetto a questa «battaglia educativa»?

Vi è il concreto rischio cioè che alcuni comportamenti possano essere non facilmente compresi se non addirittura confusi. E ciò che accade, purtroppo con particolare frequenza, anche per i comuni sciolti per infiltrazioni mafiose allorquando gli amministratori locali ritengono, a loro avviso, che la frequentazione con gli uomini delle cosche non sia censurabile. È necessario invece che lo spartiacque della legalità sia limpido, chiaro, trasparente e senza tentennamenti.

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