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Le parole dei presuli che hanno guidato la diocesi di Locri negli ultimi anni

Il monito dei vescovi calabresi: «Santuario profanato»

di Davide Imeneo 03/07/2017

«La Chiesa locale è chiamata, proprio per la sua intrinseca forza morale, a rendere maggiormente evidente quella sua naturale azione di accompagnamento alle tante difficili situazioni per una riscoperta di valori». Non ha dubbi Michele di Bari, prefetto di Reggio Calabria, rispetto alla necessità di rivalutare la simbologia del Santuario della Madonna della Montagna di Polsi. E per farlo fa suoi gli spunti offerti dai vescovi, tra cui quelli di monsignor Giuseppe Fiorini Morosini. «In questo Santuario – ha scritto monsignor Morosini, al tempo vescovo di Locri e Gerace, in occasione della Festa di Polsi del settembre 2010 – si è consumata l’espressione più terribile della profanazione del sacro ed è stato fatto l’insulto più violento alla nostra fede e alla tradizione religiosa dei nostri padri». Parole che riecheggiano nel suo successore, monsignor Francesco Oliva, vescovo di Locri-Gerace: «Voi, giovani di san Luca, siete tanto devoti alla Madonna della Montagna di Polsi.

Eppure quanto male hanno fatto tanti, che, pur dicendosi cristiani, non hanno rispettato quel luogo sacro e hanno maturato progetti di malaffare e di morte.

Anch’io da quando sono con voi sono devoto alla Madonna di Polsi. Ma mi dà tanta sofferenza sapere che la fede di tanti di voi, spontanea e sincera, possa essere macchiata da progetti di male». Attenzioni pastorali che affondano le loro radici nella Lettera collettiva dell’Episcopato dell’Italia Meridionale su “I problemi del Mezzogiorno”, stesa quasi per intero da monsignor Antonio Lanza, arcivescovo di Reggio Calabria dal 1943 al 1950.

«La religione – affermava monsignor Lanza che è il fondatore de L’Avvenire di Calabria – è orientata assai spesso verso l’esclusiva o prevalente ricerca dei beni materiali, e intristita non di rado da forme parassitarie e superstiziose, in cui a volte, lo stesso vizio osa, con gesto sacrilego, anche se incosciente, porsi sotto le ali della religione e del culto». Un testo radicato nell’azione del prefetto di Bari: «Giova sottolineare la considerazione che il “vizio” si “pone sotto le ali della religione e del culto” e c’è da chiedersi se per vizio i presuli intendessero talune forme embrionali di una criminalità, non pervasiva –almeno in Calabria – come ai giorni nostri ma pur presente e capace di inserirsi nelle forme cultuali». Sul punto è intervenuto anche il cardinale Gianfranco Ravasi: «Certo il fenomeno della criminalità organizzata doveva essere ben presente ai presuli. In realtà –scrive il cardinale Ravasi si tratta di una deformazione religiosa in cui la Chiesa deve ora porsi in antitesi assoluta a questa che è in realtà irreligiosità e ipocrisia blasfema, divenendo una costante spina nel fianco di ogni forma mafiosa». Il concetto che la Chiesa sia grande «perché ognuno ci sta dentro a modo proprio» è un’idea che «oggi riteniamo superata – dice il prefetto – grazie agli interventi di San Giovanni Paolo II e di Papa Francesco e dall’impegno di numerosi presuli, molti dei quali calabresi, e di sacerdoti come Don Puglisi e Don Diana che morirono per difendere l’ideale evangelico».

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