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Nell’ospedale di Reggio, dove ogni giorno i profughi arrivano con le ferite e i traumi subiti lungo il viaggio

Il medico che cura le torture: «Qui come in guerra»

di Domenico Marino 03/07/2017

Lussazioni, fratture, danni vascolari e molto, troppo altro. Si trovano a curare di tutto i sanitari degli ospedali reggini nei quali vengono trasferiti i migranti giunti nel porto della città calabrese e che hanno bisogno di soccorso. Un’accoglienza e assistenza che resta lontano dai riflettori ma dà il polso delle condizioni in cui uomini e donne, adulti e bambini, soprattutto giovani, sbarcano sulle nostre coste. Danilo Leonetti è un giovane specialista del reparto d’Ortopedia, diretto dal dottor Gaetano Topa, del Grande ospedale metropolitano.

È calabrese ma ha un passato importante nella sanità emiliana e spesso trascorre le sue ferie nell’Africa nera, coinvolto nei progetti d’assistenza e aiuto gestiti da una onlus che impegna chirurghi, sanitari e accademici italiani. Tutti volontari, salvano da disabilità perenne bambini e adulti. Oltre 2mila operazioni in dieci anni. Anzitutto in Tanzania ma anche Togo, Camerun ed Eritrea. Intervengono chirurgicamente negli ospedali del posto sanando patologie difficilmente curabili con tecnologie e conoscenze locali. Per provare a colmare questo gap formano i professionisti indigeni con lezioni pratiche e teoriche.

Danilo Leonetti s’è ritrovato di fronte un pezzo molto simile di Africa quando da Bologna ha deciso di tornare a Reggio. Rivive le ferite di ogni genere riscontrate sui migranti, quasi tutte provocate da percosse ma anche dalle condizioni disumane in cui sono costretti a viaggiare per giorni e notti in barconi che restano a galla per scommessa. «In un paio di casi siamo stati costretti all’amputazione dell’arto inferiore poiché ormai irrecuperabile: minacciava la vita dei pazienti. Basta una semplice frattura al femore, con una ferita – spiega il professionista – per provocare una situazione molto grave, poiché magari un vaso sanguigno rimane bloccato per un mese. Basta pensare che se resta tappato per una-due ore rischiamo l’ischemia». Anche i medici parlano molto coi migranti che hanno bisogno di raccontare la loro storia, d’aprirsi con qualcuno, sentirsi ascoltati e quindi considerati. Lo spiegava qualche giorno fa su queste stesse colonne il medico legale di Crotone Massimo Rizzo, anch’egli quotidianamente faccia a faccia con immigrazione e sofferenze. Lui anche e soprattutto con la morte.

Al dottor Leonetti hanno raccontato le settimane nel deserto e poi l’arrivo in Libia dove molti speravamo di restare trovando lavoro che invece non c’era. Lì la scelta obbligata di tentare l’attraversamento del Mediterraneo per giungere in Italia, «che per loro è solo una terra di passaggio, non vogliono restare qui». Ed ecco le violenze, le bastonate che arrivano a valanga dagli scafisti al primo segno d’insofferenza, gli abusi indicibili che i medici dell’ospedale reggino, gli ortopedici come i colleghi degli altri reparti, si trovano di fronte ogni giorno. Loro in ospedale e il resto della città nelle strade, nei luoghi d’accoglienza, nelle parrocchie, ovunque.

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