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L’occasione è stata fornita dall’interessante incontro culturale su Yves Bonnefoy organizzato dal Cis reggino

Fabio Scotto, un poeta «ammaliato» dall’attualità

di Federico Minniti 14/07/2017

«C’è bisogno che la poesia si occupi della realtà». A dirlo è il poeta Fabio Scotto, ordinario di Letteratura Francese all’Università degli Studi di Bergamo. Una lunga trasferta a Reggio Calabria per partecipare al simposio culturale del Centro Internazionale Scrittori della Calabria su Yves Bonnefoy.

Lei ci parla di «impegno» e «poesia ». Come si possono conciliare ai tempi dei social network?

Credo che demonizzare la modernità sia sempre sbagliato. Non sono un «digitale nativo», però tutti fruiamo dei benefici di questa possibilità. Ciò che mi lascia un po’ perplesso è quando qualcuno pubblica quello che vuole e pensa di esserne legittimato. Internet rischia di mettere sullo stesso piano un grande intellettuale e il primo sprovveduto che passa per la strada.

Eppure la webocracy è un fenomeno che in Italia pesa il 30% alle urne. Che pensiero si è fatto?

Dal punto di vista culturale questa impostazione mi appare ondivaga, però bisogna fare i conti con la realtà. «Popolo» non è una brutta parola: di chiaro c’è un’insofferenza verso la classe dirigente e c’è la necessità di condividere le scelte con la base.

Sembrerebbe quasi un modello.

I Cinquestelle hanno chiamato Rousseau la loro piattaforma, certo, magari l’avessero letto meglio non sarebbe stato male. Indubbiamente Rousseau non si sarebbe, ad esempio, mai alleato con Farage in Europa.

A proposito di Europa. Nel suo

ultimo libro In amore c’è una poesia dedicata al Bataclan.

Parigi così male non l’avevo mai vista. Una situazione innaturale per una metropoli che è sempre stata simbolo della gioia di vivere. Quei fatti hanno indubbiamente intaccato nel profondo l’humus sociale.

Tutta colpa delle banlieue?

No, ma la cultura può essere una forma di «resistenza». Questi eventi non nascono dal nulla. Senza assolutamente volerli giustificare, ma esistono degli errori prospettici fatti, in questo caso, dai francesi. Le politiche dello Stato, infatti, avevano escluso questi giovani da una vera integrazione, ad esempio dalle “grandes écoles”, il che avrebbe potuto fare di alcuni di loro esempi virtuosi di emancipazione.

Quella «teoria dello scarto» fortemente osteggiata da Papa Francesco.

Papa Francesco viene da una storia nobile di vicinanza agli ultimi. Per comprendere la sua azione bisognerebbe ricordarsi della sua esperienza come cardinale a Buenos Aires. Grazie a questo suo lungo apprendistato di dedizione ai poveri riesce a parlare a tutti, anche ai non credenti. Certamente si tratta di una figura che esercita una grande autorità morale, un baluardo contro ciò che di negativo l’economia cerca oggi di fare anteponendo alla dignità umana la logica spietata e cinica del profitto.

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