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Reggio, a 30 anni dalla scomparsa del religioso comboniano la presentazione del libro «Chiamatemi Giuseppe»

Giuseppe Ambrosoli, una vita per l’Africa

Emerge la splendida figura di un prete-medico tenace, capace di curare il corpo e di ristorare anche l’anima

di Cinzia Sgreccia 18/07/2017

A 30 anni dalla morte di padre Giuseppe Ambrosoli, la “Fondazione Ambrosoli” di Milano ricorda la figura del missionario comboniano con la presentazione del libro «Chiamatemi Giuseppe». A Reggio Calabria l’incontro si è tenuto il 5 luglio presso l’istituto “Cassone”. Emerge una nuova prospettiva di azione in Africa: «Salvare l’Africa con l’Africa» secondo l’ideale di Comboni coniugando solidarietà e sviluppo umano. Due i motivi che hanno portato alla stesura del libro – afferma la dottoressa Giovanna Ambrosoli – : lasciare un ricordo nel trentesimo anno dalla morte di padre Giuseppe e l’esigenza di accogliere la sua eredità «ricominciando lì dove tutto è nato». La Fondazione, nata nel 1998, ha lo scopo di sostenere l’ospedale a livello finanziario per affrontare le emergenze (patologie infettive, malaria,ecc.) e sviluppare competenze locali per garantire una autonomia sempre maggiore delle persone a livello locale, secondo lo spirito comboniano.

La vocazione di padre Ambrosoli nasce in famiglia a Ronago: sacerdote, medico, missionario. «In un tempo di migrazioni verso i Nord del mondo, padre Ambrosoli “emigrò” in direzione opposta, verso l’Africa, afferma don Nino Pangallo, direttore Caritas diocesana». Il dottor Giovanni Cassone, spiega, salutando i presenti che «la sinergia nata con la Fondazione Ambrosoli, grazie all’amico Tito Squillaci, è una occasione preziosa per realizzare in Africa quello sviluppo medico sanitario, che in passato non ha potuto realizzare in Malawi». Da parte sua monsignor Morosini, afferma che «nel coinvolgente libro emergono le virtù eroiche del sacerdote e l’evento rientra nell’anno dedicato dalla diocesi alle vocazioni di speciale consacrazione» Di padre Ambrosoli è in corso la causa di beatificazione. Straordinaria l’opera realizzata che coniuga due obiettivi: la cura delle persone e lo sviluppo umano in loco, in linea con la «Chiesa in uscita» auspicata da papa Francesco. Giovanna Ambrosoli, nipote del missionario, attraverso il video «Amore infinito. Una storia vera», delinea il profilo dello zio: emerge la figura di un medico premuroso e tenace, tra villaggi rurali con famiglie numerose, dedite all’agricoltura e all’allevamento, dove la città più vicina è a 130 km di distanza e con una popolazione tra le più giovani del mondo.

Oggi l’”Ambrosoli Memorial Hospital”, la scuola di formazione annessa a “Mary’s Midwifery School” qualifica 61 studentesse all’anno in Ostetricia, richieste per la loro competenza anche al di fuori dell’Uganda. Padre Giuseppe non agiva da solo, sottolinea padre Ampelio Cavinato, ma collaborava con moltissime persone prediligendo gli emarginati, come Cristo, incoraggiando a credere in se stessi per costruire insieme il bene comune operando con metodo, come nuovo popolo, di Cristo, che evangelizza attraverso l’esperienza. Presente anche il dottore Tito Squillaci, collaboratore del padre missionario per oltre due anni, con la moglie, la Nunzia Cocuzza. Squillaci afferma che «padre Ambrosoli si è impegnato a diminuire le disuguaglianze nel mondo in senso laico con lungimiranza. Emergono i ricordi fino alla sua dipartita nel 1987. La distruzione causata dalla guerra civile non ha intaccato l’ospedale da lui costruito e difeso dalla gente del luogo. Ebbe il coraggio di denunciare le illegalità perpetrate, pagando con la vita». Tra le testimonianze anche quella della dottoressa siciliana Rosita Torre. Nunzia Cocuzza spiega infine, «la predilezione dei pazienti per l’ospedale di padre Giuseppe nonostante le distanze».

Nunzia avrebbe voluto che il missionario celebrasse il suo matrimonio, ma lui stesso era consapevole del suo grave stato di salute: «…allora io forse non ci sarò» – disse ai coniugi – e fu così. L’evento organizzato coincide casualmente con i trenta anni di anniversario di Tito e Nunzia Squillaci, una coincidenza segno della grazia di Dio e dell’affetto che ancora oggi unisce la famiglia Squillaci al medico missionario Ambrosoli.

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