accedi | registrati | 23-9-2017

Servono segni chiari

Per una vera cittadinanza attiva

di Davide Imeneo 24/07/2017

«Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo ». Il giudice Borsellino – autore di questa frase dalla portata straordinaria – ci permetterà di aggiungere una terza opzione: “oppure cercano di saldarsi”.

La sentenza di Mafia Capitale, che seppur certifica e condanna la banda di Buzzi e Carminati, ma ne esclude l’aggravante mafiosa, è un campanello d’allarme.

In un tempo in cui le Procure, tra cui anche quella di Reggio Calabria, mettono insieme pezzi di borghesia (professionisti, imprenditori, dirigenti pubblici) con la criminalità organizzata (nel nostro caso la ‘ndrangheta) è impossibile scindere la corruzione dalla mafiosità intrinseca della sua azione, soprattutto se perpetuata a danno dei più deboli. Così come cambiano gli strumenti dell’estorsione (dalle pistole che sparano alle parole che terrorizzano) allo stesso modo bisogna adeguare i cliché per riconoscere i fenomeni mafiosi.

Oggi, e in questo le ‘ndrine sono capi–scuola, la sostanza del crimine è vacua, quasi impalpabile. Appare (e scompare) attraverso la delegittimazione, l’isolamento, il “non detto oltre il detto”.

È una mafiosità che cambia pelle, ma aumenta il tasso di pericolosità. Si affianca alle esperienze virtuose per debilitarle da dentro. Occorre, quindi, innalzare il livello degli anticorpi che essenzialmente, per la vita pubblica, possiamo sintetizzare in coerenza e trasparenza.

Questa è la cartina al tornasole da ricercare. L’esercizio della coerenza e della trasparenza è il punto di discontinuità con quella contiguità mafiosa a cui è stata condannata un’intera città prima ancora che la sua classe dirigente. Per trarre delle conclusioni sociali occorre conoscere i fatti e rispettare la verità di cui essi sono custodi. Per questo il compito dell’informazione è quello di raccontarli, ad ogni costo. Come diceva George Orwell, autore del romanzo “1984”: «Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire».

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