accedi | registrati | 20-11-2017

Le parole del procuratore capo di Reggio Calabria dopo l'attacco all'Avvenire di Calabria

De Raho, media fondamentali nella lotta contro la 'ndrangheta

"Per sconfiggere il malaffare serve un’azione corale che scuota le coscienze"

di Federico Minniti 10/08/2017

Il procuratore Capo di Reggio Cafiero De Raho «La ’ndrangheta vede attorno a sé terra bruciata – esordisce Federico Cafiero De Raho – anche grazie al rinnovato impegno della Chiesa calabrese e dei suoi organi di informazione, come 'Avvenire di Calabria'». Non ha dubbi il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria: per sconfiggere il malaffare serve un’azione corale che scuota le coscienze. Un’attività certosina che vuole valorizzare le grandi capacità intrinseche della società civile calabrese, spesso schiacciata dalla paura. In questo il mondo dell’informazione esercita un ruolo fondamentale. Cafiero De Raho, nel recente passato, non ha lesinato critiche ai media nazionali troppo spesso disattenti quando si parla di ’ndrine e corruzione. «Non tutti – sottolinea –, ricordo che a Polsi c’era solo 'Avvenire' quando il Santuario della Madonna della Montagna venne visitato anche dal ministro dell’Interno Minniti per ribadire che nei luoghi di culto non c’è spazio per padrini e cosche». Perciò la notizia dell’intrusione nella redazione dell’'Avvenire di Calabria' lo interroga. Sull’episodio il magistrato conferma che la Procura, grazie al lavoro dell’aggiunto Gaetano Paci e del Comando provinciale dei carabinieri, è al lavoro per scoprire i responsabili.

Lo scorso 16 luglio (il giorno prima dell’intrusione notturna in redazione, ndr) 'Avvenire di Calabria' titolava in prima pagina: 'Contro la ’ndrangheta' per presentare la prima commissione pastorale anti-clan.
Non posso dire che ci sia una connessione, però l’iniziativa di monsignor Morosini non ha precedenti e pone nella stessa direzione la Chiesa calabrese e le istituzioni nel tentativo di isolare i mafiosi.

Ieri Nicola Gratteri su 'Avvenire' sosteneva che il cambio di passo dei vescovi calabresi dà fastidio alle cosche. Concorda?
È un orientamento storico: c’è una presa di posizione ferma, chiara e senza tentennamenti che in passato era stata parziale.Si dicono le cose in modo chiaro e in questo 'Avvenire di Calabria' è un esempio: non c’è più legittimazione per i boss e gli affaristi delle ’ndrine. L’atteggiamento si ripercuote anche sul piano pratico: si sta cercando di non ricevere più fondi poco limpidi né di condividere progetti con personaggi anche solo in odor di ’ndrangheta.

Vi sentite supportati?
La religione è diversa da atteggiamenti di venerazione che si vivono in ambienti ’ndranghetisti, come i baciamano ai boss. Posso affermare che finalmente non esistono più 'appigli' nelle istituzioni né nella Chiesa. Questa è una forza straordinaria.

Inaridire la ’ndrangheta socialmente.
Così il giornalismo cattolico può fare da sponda ai magistrati?
Fino a non poco tempo fa chiunque denunciava veniva sistematicamente isolato. Se un commerciante indicava chi fossero i suoi aguzzini del racket spesso subiva il disprezzo del paese. Oggi sono i criminali a essere messi all’angolo perché ci sono sempre più voci fuori dal coro. Certo tanta strada c’è da fare.

Una commissione pastorale anti’ndrangheta sarà guidata da un laico. Un’ulteriore apertura ai talenti dei territori?
Questo aumenta la consapevolezza e spinge gli individui a elidere ogni rapporto con la ’ndrangheta. La Chiesa ha anche un obiettivo di giustizia sociale, rieducare chi ha intrapreso percorsi sbagliati per dargli una seconda possibilità.

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