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Una lunghissima carriera criminale in cui ha gestito rapporti di primissimo piano

Rocco Morabito, 'U Tamunga'. Ecco chi è il re della cocaina

di Federico Minniti 04/09/2017

Quella macchina indistruttibile di "piccioli" e polvere bianca ha subito un brusco pit-stop. Rocco Morabito, 51 anni, non è più latitante: dopo venticinque anni da primula rossa sono scattate le manette ai polsi del ricercato numero uno della 'ndrangheta. Con lui fermata la compagna Maria De Olivera Correia, angolana naturalizzata portoghese.

Ufficialmente Morabito era un imprenditore attivo nell'import-export e nella coltivazione intensiva di soia, in realtà rappresentava il "prototipo" dello 'ndranghetista moderno.

Rocco Morabito lo conoscono tutti come "U Tamunga", un soprannome originalissimo poiché rievoca (storpiandolo) il nome del fuoristrada militare tedesco "Dkw Munga" col quale il giovane Morabito negli anni Ottanta si fece le ossa nelle campagne della Locride. Un periodo in cui intrecciò le prime relazioni criminali internazionali all'ombra dell'Università degli Studi di Messina in cui subì anche un arresto per minacce ad un docente universitario nel 1988; Rocco Morabito aveva applicato il codice della 'ndrangheta: poggiare la pistola sulla cattedra durante gli esami accademici. Gli andò male, ma a Messina conobbe anche Hassen Khamayis, giordano sospettato di traffico internazionali di armi e di droga e parente di Waleed Issa Khamayis, il presunto kamikaze che – su incarico dei clan siciliani e calabresi – era incaricato di uccidere i ministri dell'epoca Martelli e Andrò, oltre che l'allora Generale dei Carabinieri, Enrico Messina.

Tra il 1989 e il 1990, Rocco Morabito e la sua famiglia furono destinatari di diversi atti indimidatori che costarono la vita al fratello, Leo. Maturò l'idea del trasferimento al nord Italia. Prima una tappa a Sessa Aurunca, feudo dei Casalesi, in particolare a casa di Alberto Beneduce che per conto di Francesco Schiavone "Sandokan" è l'uomo d'oro della cocaina per la Camorra. Con lui il giovane dei Morabito si inserisce nel rapporto coi narcos: una "scuola" interrotta dall'assassinio di Beneduce.

Dal 1991, dopo un rapido ritorno in Calabria, Morabito lascia la sua terra, destinazione Milano: a "U Tamunga" piace la bella vita e gli affari. Il passepartout è la sua famiglia: nipote di Domenico Antonio Mollica (leggi l'approfondimento di Toni Mira sulla villa confiscata a Mollica e oggi destinata a un centro per ragazzi disabili), pistolero e boss di Africo, arrestato a Roma nel 2015, e cugino dei "Tiradrittu", il ramo della famiglia Morabito che da sempre a capo del mandamento jonico della 'ndrangheta calabrese. Rocco Morabito comprende immediatamente che alla jeep doveva preferire il sommergibile. Senza, però, rinunciare allo sfarzo: l'impero del "re della cocaina" deve essere visibile: cammina con l'autista (armato) e in doppiopetto, così Casarile, un microscopico centro tra Milano e Pavia, diventa il suo quartier generale. Una villetta a schiera che, dopo la condanna definitiva a trent'anni di detenzione per associazione mafiosa, è diventata la biblioteca comunale. Un fine diversa ha avuto, invece l'altra villa di "U Tamunga" nel suo paese natio Africo su tre livelli più bunker oggi abbandonata. Perché i piani del boss del narcotraffico internazionale sono saltati con l'operazione "Fortaleza", nel 1994 (operazione che scaturì dall'arresto – nel 1992 - tra gli altri proprio dell'amico "comune" coi corelonesi Waleed Issa Khamayis con 592 chili di cocaina proprio a Fortaleza), quando la Squadra Mobile di Milano lo ha individuato come il più potente dei broker nel commercio delle 'ndrine. Morabito, infatti, è riuscito a "smarcarsi" confinandosi tra i narcos del Brasile, proprio nella nota località turistica dove per decenni poliziotti italiani e sudamericani gli hanno dato la caccia.

"U Tamunga" si muoveva a Fortaleza come ad Africo con disinvoltura e pervicacia, sostenuto da una fittissima rete di fiancheggiatori tra Sud America ed Europa. Difficile rintracciarlo: per tutti era Francisco Capeleto, con tanto di carta di identità del suo nuovo Paese adottivo: l'Uruguay.

La sua nuova "casa" era una villa extralusso nel quartiere Beverly Hills, a Punta del Este, una delle località turistiche più esclusive del Nuovo Continente.

Una vita da magnate grazie ai soldi della coca. "U Tamunga", però, si era inabbissato: dal 1992 a domenica 3 settembre 2017 quando il suo passato (e presente) è riemerso grazie all'azione della polizia locale: Morabito era in un hotel a Montevideo insieme all'inseparabile compagna Maria De Olivera Correia. Ad accompagnarlo, come sempre, anche la sua revolver, ma anche tante altre "armi" della sua quasi trentennale latitanza: tredici cellulari, dodici carte di credito, diversi blocchetti di assegni in dollari americani e 150 foto con il suo viso. Così tutti i volti di "U Tamunga" sono noti agli inquirenti internazionali a cui è andato il plauso del ministro dell'Interno, Marco Minniti per «l’ottima attività di cooperazione investigativa internazionale tra la Polizia uruguaiana e il Dipartimento della Pubblica Sicurezza italiano, attraverso i rispettivi ufficiali di collegamento, che hanno consentito l’accertamento della vera identità del latitante, con il coordinamento della Procura della Repubblica di Reggio Calabria». Morabito "U Tamunga" rappresenta davvero un colpo gobbo alla 'ndrangheta: nonostante sia appena cinquantenne è detentore di intrecci criminali di primissimo livello tra le mafie (grazie ai patti di sangue con i Corleonesi e i Casalesi) e i narcos sudamericani. Di opinione diversa il suo avvocato, Alejandro Balbi: «Dal 1994, il mio cliente ha una vita normale e non ha nulla a che fare con attività delittuose o organizzazioni criminali». Il tempo, adesso, è il primo alleato di Morabito: fermato per falsificazione di documenti e falso ideologico, se l'Italia non produrrà in modo rapido i documenti dell'estradizione, potrebbe essere scarcerato. Col rischio che torni ad essere nuovamente un fantasma.

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