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Nel numero oggi in edicola c'è un approfondito dossier sul settantesimo anniversario del nostro settimanale

«Un’informazione che costruisce»

di Davide Imeneo 17/09/2017

Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, è stato il secondo relatore del Convegno pastorale diocesano. Un tema ostico, quello della comunicazione come strumento di comunione, ma ha affrontato con decisione, soprattutto, laddove si lambivano temi di strettissima attualità come il fenomeno delle migrazioni.

Si può ancora trovare un punto di simbiosi tra comunicazione e comunione?

È già un’affermazione che segna una contraddizione nel tempo in cui viviamo, la comunicazione sembra diventata soprattutto il motore delle divisioni, la grande macchina che costruisce il non consenso pubblico, che eccita le divisioni nella nostra società ed enfatizza le distanze. Questo è il problema che dobbiamo risolvere e credo che dalle comunità cristiane debba e possa venire una proposta reale in senso diverso ed esemplare.

Un modus operandi utile potrebbe essere quello di riavvicinarsi ai territori?

Questo è uno degli strumenti possibili, si può fare comunione anche dentro il mondo della comunicazione da cattolici e da giornalisti lavorando insieme. C’è un’esperienza esemplare qui a Reggio che sta dando frutti buoni sia dal punto di vista dell’esito del rapporto con i lettori, sia per il modello che si è riproposto anche in altre realtà. Noi siamo molto soddisfatti, ma soprattutto ci interessa perché la Calabria è una terra straordinaria della quale si raccontano spesso gli aspetti patologici e non si racconta la forza buona che c’è dentro la vita del suo popolo che a testa alta è parte di tutta l’Italia. Io credo che sia importante per un giornale nazionale essere in stretto collegamento con una testata storica di questo luogo, come L’Avvenire di Calabria, che riesca a dare rilevanza a tutto questo.

Quanto è difficile, oggi, provare a portare avanti un’opinione nel panorama giornalistico nazionale?

Siamo un grande giornale d’informazione, siamo fra i sei grandi giornali italiani, ma siamo anche un giornale di opinione. Noi non nascondiamo le nostre opinioni, le dichiariamo, le mettiamo sopra i fatti secondo la grande lezione del giornalismo che è di tutti, del giornalismo laico e di quello cristianamente ispirato. È così che si fa il giornalismo: rispettando i fatti, rispettando le persone e dicendo chiaro come la si pensa. È importante per noi metterci plasticamente a disposizione di questo territorio. Lo facevamo già prima perché non abbiamo mai sospeso l’attenzione su tante parti d’Italia che non meritano mai la prima pagina se non quando le cose vanno male, però è importante farlo oggi con questa modalità.

Fra i grandi temi affrontati emerge quello sull’immigrazione in una terra di frontiera come il Mezzogiorno di Italia?

Dei flussi migratori clandestinizzati e irregolarizzati da una legge sbagliata, la Bossi–Fini che continua a mantenere, purtroppo anche materialmente sotto il pelo dell’acqua quelli che ancora attraversano il Mediterraneo lasciandoci la vita e sotto il livello della legalità le persone che arrivano. Si fa tutto dopo e di corsa, bene per la parte dell’emergenza, male per tutta la parte che viene dopo.

Bisogna uscire da questa fase una volta per tutte. Dalla Calabria abbiamo avuto un grande esempio di solidarietà umana ma anche di cosa vuol dire gestire male l’emergenza. Perché sappiamo quali sono le pentole che sono state scoperchiate quando non si facevano le cose come si doveva. Dobbiamo uscire da questa fase.

Uscire con flussi regolari, togliendo dalle mani di trafficanti di esseri umani la speranza dei migranti, e dobbiamo sempre ricordarci che abbiamo a che fare con delle persone. Come dico sempre, dobbiamo metterci ad altezza di uomo e di donna, non si può parlare dell’immigrazione sempre come un macro–fenomeno.

Un tema su cui ci sono tante

strumentalizzazioni, l’ultima quella sul caso della bimba morta per malaria.

Tutti i giornalisti dovrebbero sapere, e non solo i medici, che la malaria la portano le zanzare, non la portano gli uomini.

Evidentemente qualcuno è male informato e informa male anche gli italiani. Magari qualcuno ci crede perché, grazie a Dio abbiamo debellato la malaria e non ci ricordiamo più come si diffondeva.

Forse sarebbe il caso di debellare anche la mala informazione...ce n’è tanta in Italia.

Purtroppo ce n’è. Io preferisco insistere sulla buona informazione che c’è e a quelli che fanno buona informazione dico che dobbiamo avere più coraggio e come categoria dobbiamo sapere anche fare i conti con quelli che fanno cattiva informazione. Io voglio un ordine dei giornalisti che di fronte i casi di mala informazione prenda di petto la questione perché ne va della credibilità di tutti noi.

Siamo noi i guardiani dei pozzi d’acqua potabile dell’informazione buona e non avvelenata, se non siamo capaci di farlo non ci crederà più nessuno. Quindi, se non vigiliamo sulla qualità dell’informazione tutti quanti insieme e soprattutto quelli che l’informazione vogliono continuare a farla buona, ci rimettiamo tutti, cittadini e noi professionisti.

Questa potrebbe essere la “strada maestra” per riconvertire la comunicazione in una comunione costruttiva e condivisa?

Può diventarlo e deve diventarlo. Per un cristiano lo è. La comunicazione è l’annuncio della Parola e sulla Parola e sulla presenza reale di Cristo si costruisce la comunità cristiana. Nelle società, in tutte le società, quando c’è una comunicazione vera, vuol dire che c’è anche ascolto reciproco, altrimenti c’è soltanto il monologo. La comunicazione che costruisce la comunione è una comunicazione che è fatta della parola condivisa e dell’ascolto dato e ricevuto.

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