accedi | registrati | 21-11-2017

L'eredità spirituale riassunta in una frase del sacerdote palermitano: «Con la mafia non si convive»

Il presidente della Cei: «Non riduciamo don Puglisi a un santino»

L'intervento di Bassetti a Palermo: «Fra la mafia e il Vangelo non può esserci alcuna convivenza o tantomeno connivenza»

di Redazione Web 16/09/2017

“Fra la mafia e il Vangelo non può esserci alcuna convivenza o tantomeno connivenza. Non può esserci alcun contatto né alcun deprecabile inchino”. Lo ha detto il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia – Città della Pieve e presidente della Cei, che ierisera ha presieduto a Palermo una veglia di preghiera in memoria di don Pino Puglisi, nel luogo in cui il sacerdote è stato ucciso da Cosa nostra, in piazza Anita Garibaldi, 24 anni fa.

Il porporato ha ricordato anche coloro che “hanno pagato con il sangue il loro impegno contro l’illegalità: oltre a Carlo Alberto dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che sono stati uccisi qui a Palermo, vorrei ricordare il giudice ‘ragazzino’ Rosario Livatino di cui è in corso il processo di beatificazione”.

Poi, l’attenzione di nuovo su don Puglisi con un monito: “Non dobbiamo correre il rischio di trasformare il beato Puglisi in un ‘santino’. Don Pino, infatti, ci parla ancora oggi dal cielo. E ci dice molte cose. Ci esorta a dire il nostro ‘sì’ al Signore e il nostro ‘no’ fermo a ogni forma di criminalità; e poi ci chiede di impegnarci nell’educazione alla ‘vita buona’ che è legalità, apertura dell’altro, rispetto delle regole e della convivenza civile”.

Dopo avere richiamato la sua eredità spirituale, Bassetti indica quella civile lasciata dal sacerdote ucciso dalla mafia, che “vorrei riassumere con una frase: con la mafia non si convive”. Padre Pino Puglisi ne è l’esempio. “È stato senza dubbio un figlio coraggioso della ‘Chiesa che parla’ e che non sta in silenzio; di una Chiesa che non si inchina davanti a nessuno, ma che si inginocchia solo davanti a Gesù Cristo crocifisso e ai poveri per lavar loro i piedi”. Perché, ha sottolineato Bassetti, “chi è discepolo di Cristo è tenuto a denunciare le tenebre, quindi le organizzazioni criminali. Denunciarle con le parole, con i gesti, con la sua testimonianza, ma anche rivolgendosi alle forze dell’ordine e alla magistratura”.

“È riduttivo definire don Puglisi solamente come un prete antimafia”, ribadisce il presidente Cei, che ha raccontato di aver conosciuto personalmente il sacerdote palermitano fra gli anni Settanta e Ottanta durante gli incontri dei responsabili dei centri vocazionali. “Ricordo ancora il suo sorriso, il suo sguardo, la sua dedizione totale al Signore – ha aggiunto Bassetti -. Una persona apparentemente fragile. Ma già allora si percepiva che era un gigante della fede”.

Poi, il porporato ha ritratto l’impegno di Puglisi. “Non si può ridurre la sua grande figura soltanto all’impegno sociale, perché egli è stato, prima di tutto, un prete palermitano che si è fatto annunciatore del Vangelo”. Una caratteristica che, secondo Bassetti, lo ha indotto a “combattere per riaffermare la sacralità della vita umana. Ha lottato per la giustizia perché i suoi giovani e i suoi poveri potessero vivere liberi dalla paura e dal ricatto della mafia – ha puntualizzato -. Annunciare il Vangelo dell’amore e della libertà dei figli di Dio lo ha portato alla testimonianza più autentica: lo ha portato al martirio”.

È stato ucciso quindi “per la sua attività pastorale”. “Una ‘felice colpa’ che nel maggio del 2013 lo ha fatto diventare beato e martire”, un “martire della mitezza”. Infine, Bassetti citando mons. Vincenzo Bertolone, che è stato postulatore della causa di beatificazione di Puglisi, ha spiegato che “egli era solamente un prete che incarnava nel rione Brancaccio la sua fede, che si traduceva in un’azione evangelizzatrice, che sottraeva progressivamente ai capi e ai capi dei capi il vero controllo sul territorio e sulla gente, soprattutto sui giovani”.

Infine il porporato, in piazza Anita Garibaldi, ha salutato le autorità, i palermitani e, in particolare, chi vive nel quartiere Brancaccio, “luogo che ha visto nascere, esattamente 80 anni fa, il 15 settembre 1937, don Pino Puglisi, e che lo ha accolto, poi, nel settembre del 1990, come sacerdote, quando venne nominato parroco a San Gaetano”.

Il card. Bassetti ha sottolineato che “don Pino ha dato, senza alcun dubbio, la vita per i propri amici. I suoi amici siete stati, per primi, voi palermitani”. In particolare, il presidente della Cei ha ricordato che “i giovani erano il suo tesoro. Un tesoro da custodire e soprattutto da preservare dagli inganni suadenti e dalle scorciatoie promesse dai malavitosi”.

Fu questa, secondo il cardinale, la sua particolare intuizione. “In una terra di miseria e disoccupazione, Puglisi intuì, come don Milani, che era fondamentale fornire dignità ai poveri partendo dall’educazione – ha aggiunto -. Egli toglieva i bambini e gli adolescenti dalla strada e li sottraeva alla mafia. È stato un prete che faceva paura alla mafia perché predicava l’amore e smascherava ciò che si celava dietro al codice d’onore mafioso”.

Partecipa alla discussione

Esegui il login
Copyright 2016-2017 © avveniredicalabria.it | Tutti i diritti sono riservati | Responsabile: Davide Imeneo
Arcidiocesi di Reggio Calabria - Bova | Via Tommaso Campanella, 63 – 89127 Reggio Calabria
Credits Web Agency a Reggio Calabria - Arti Creative