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Lo «sport per tutti» è un ricordo?

Poco viene progettato su tutto ciò che resta 'fuori' dalla Var e dai gossip

di Federico Minniti 18/09/2017

Un’altra estate sportiva è passata. Sotto l’ombrellone l’ha fatta da padrone – come sempre – il gossip da “mercato” con cifre da capogiro, per quanto riguarda il business pallonaro, oppure sotterfugi ed intrighi per sport minori dove orbitano meno denari, ma (forse) più passione.

Così come grande attenzione ha captato (ed era inevitabile) l’utilizzo della Var nei campionati professionistici di calcio. Si tratta di un ausilio tecnologico che – di fatti – si sostituisce alla scelta dell’arbitro per gli episodi più controversi. Per alcuni una manna dal cielo, per altri un’alienazione dello sport (o per quello che nostalgicamente si ritiene tale). Resta di fatto che la Var, asettica e giusta, rimane un diritto/dovere solo dei professionisti. E non dovrebbe stupirci ciò: non si tratta solo di un problema di natura finanziaria, ma anche – e soprattutto – di lungimiranza. Rimane pur vero che l’aiuto ai direttori di gara (si veda l’instant replay del basket) è normato già da altre federazioni, ma vorremmo – in questi ultimi scampoli di estate sportiva – focalizzarci su tutto ciò che resta “fuori” dalla Var e dai gossip, ossia lo sport di base.

Spesso nell’analizzare i fallimenti delle nazionali “maggiori” (sempre più frequenti nei giochi di squadra, vero fiore all’occhiello del Comitato olimpico italiano fino a pochi anni orsono) si guarda ad altri modelli di “indottrinamento tecnico”.

Ragionamento corretto, ma fino ad un certo punto. Ci è capitato di poter toccare con mano altri stili di educazione sportiva e ci siamo accorti come il nostro, quello italiano della mens sana in corpore sano, è quello meno attento ai fruitori di questo stesso modello, ossia i ragazzi. Si persegue, infatti, una volontà specifica a “creare” dei prodotti sportivi con selezioni aberranti che prevedono un lauto pagamento (in anticipo) per far giocare – sì, proprio così – i ragazzi salvo poi essere esclusi dal terreno di gioco dopo pochi minuti. Questo non accade altrove, ma a Reggio Calabria, metropoli dello Stretto, che si è adeguata (ahinoi!) agli standard dell’Alta Italia. Eppure ad osservare i nordici, come i danesi ad esempio, hanno introdotto da diversi decenni l’obbligatorietà dell’attività sportiva negli orari extra–curriculari a scuola. Si tratta di un tentativo sistemico per affrontare un tema che in Italia sembra non interessare: il drop out sportivo in età scolare. Sì, avete capito bene: 6 su 10 degli under 13 non pratica più sport.

Eppure in questo caso non c’è nessuna Var a sostenere genitori ed educatori. Un paradosso che, invece, andrebbe passato ai “raggi X” per il bene della collettività e dello Sport.

Questa la sfida (fino ad adesso non colta) dalle federazioni e che sta trovando gran parte degli enti di promozione sportiva fortemente impreparati.

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