accedi | registrati | 21-11-2017

Retroscena svelato dal nipote del sacerdote che per primo guidò il settimanale reggino

Don Lembo e Montanelli, un’amicizia profonda

di Federico Minniti 19/09/2017

«Ricordo questa immagine di mio zio che, con sguardo retrospettivo, rivedeva le pagine de L’Avvenire di Calabria e tutta la raccolta del carteggio epistolare dell’epoca afferente proprio alla sua attività di direttore del settimanale». Parte da qui, il racconto di Pino Putortì nipote di don Vincenzo Lembo, primo direttore de L’Avvenire di Calabria. Un tratteggio tra affetto e rilettura storica verso una figura, quella di don Lembo, che necessariamente deve essere rivalorizzata. «Lo vedevo spesso maneggiare i vecchi volumi degli archivi per andarsi a rileggere alcuni editoriali che gli sembravano importanti, tra cui il celeberrimo “Quando le ombre dei nani si allungano, il sole sta per tramontare” che costò la poltrona da sindaco dell’allora primo cittadino di Reggio Calabria».

Episodi che da un lato ricalibrano l’importanza del settimanale cattolico e dall’altro ne fanno percepire il peso specifico nella società del tempo.

L’Avvenire di Calabria di don Lembo richiamava, nel suo stile asciutto, ad una rivista famosissima dell’epoca, I quaderni de Il Gallo, nata nell’immediato dopoguerra da un gruppo di laici e preti desiderosi di vivere uno stile evangelico nella quotidianità e nella ricostruzione democratica del Paese. Vi era un imprinting comune: la figura di don Lembo è indissolubilmente legata all’Agesci e al Masci ed insieme ai ragazzi scout dell’epoca viveva la redazione e con loro provava a tracciare uno stile giornalistico umanizzato. «Il lavoro “gomito a gomito” con i laici possiamo affermare che “ha fatto scuola” – spiega Putortì – questo era utile anche per il suo stile di scrittura: coinvolgente, diretto, appassionato della Verità». Certamente tra i modelli della linea editoriale di don Lembo vi era anche L’Adesso, il quindicinale diretto da don Primo Mazzolari «che mio zio amava tantissimo per il coraggio e la determinazione», spiega Putortì. Con don Mazzolari, poi don Lembo condivideva «la forza d’urto del Vangelo nella storia». E secondo questa linea di pensiero si sviluppava l’attività del settimanale: «Non si lasciava mai guidare dal singolo episodio – spiega il nipote di don Lembo riferendo dello zio – ma tentava di intravedere questa linea provvidenziale di Dio nella quotidianità». Uno stile crudo, quello di don Lembo, che lo rese anche scomodo fuori e dentro l’apparato ecclesiale: «Non sopportava i mediocri », stigmatizza Putortì.

Un’attitudine al racconto dei fatti, scevra da condizionamenti ideologici, ma senza disdegnare un commento a tratti aggressivo probabilmente deriva anche da una profonda amicizia che lo legava ad Indro Montanelli, storica firma del giornalismo italiano, con cui don Lembo intratteneva una fittissima corrispondenza, come rivela il nipote, «tra colleghi giornalisti dotati di una capacità profetica e che condividevano lo stile asciutto e determinato nella lettura del tempo che vivevano». Un “pretaccio”, «fuori dagli apparati di potere », ma che non perdeva mai di vista la sua obbedienza alla Chiesa con una grande stima (reciproca) con i suoi due vescovi, Montalbetti e Lanza, a tal punto da conservare gelosamente nel suo portafoglio le indicazioni appuntate dagli stessi presuli che hanno guidato la diocesi di Reggio Calabria.

«Con i suoi articoli “potava” la realtà, soprattutto la cattiva politica. In fondo – conclude Putortì nel racconto di don Lembo – chi pota ha un’idea di futuro: non interveniva giusto per riempire una pagina, ma lo faceva immaginando un avvenire possibile per la Città e per i reggini».

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