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Nel 2016, solo da Benin City (Nigeria) sono giunta cinquemila donne da immettere sul mercato della prostituzione

Così le mafie fanno affari per 150 milioni di euro (ogni anno)

di Federico Minniti 01/10/2017

Maria Grazia Giammarinaro è un magistrato siciliano. Conosce bene le mafie, avendole contrastate in diverse procure italiane, ma da qualche anno ha assunto un ruolo differente: è la Special Rapporteur (relatrice speciale) delle Nazioni Unite sulla tratta di persone.

Nel suo duro lavoro si è addentrata – come ovvio – nel fenomeno della prostituzione, in particolare sul “commercio” delle ragazze nigeriane. La stragrande maggioranza di loro ha un punto in comune: arrivano da Benin City, capitale dello Stato di Edo. Vi è un legame strettissimo che lega quella regione nel cuore dell’Africa con il Mezzogiorno di Italia: un patto su cui Grazia Giammarinaro ha già puntato i riflettori. Si tratta di «una sorta di consenso» alle reti nigeriane da parte della criminalità organizzata italiana.

I primi a “fiutare” l’affare della prostituzione sono stati i casalesi: così Castel Volturno, storico feudo delle famiglie Schiavone–Bidognetti–Zagaria, è stato trasformato in un vero e proprio punto di “smercio” delle ragazze nigeriane da distribuire in tutta Europa. Una “tappa”, quella gestita dalla camorra, che però è stata depotenziata dai nuovi flussi migratori che vedono le regioni esposte sul Mediterraneo, come la Calabria e la Sicilia, fortemente attenzionate dagli sbarchi. Durante queste operazioni non mancano gli approdi delle ragazze di Benin, spesso accompagnate dalla loro Maman, altre donne che gestiscono gli affari alla mafia nigeriana manipolando le paure delle giovani donne, molte delle quali minorenni, con i riti vodoo.

Una schiavitù intrisa di tradizione e religiosità, difficile da districarsi. Si instaura, quindi, un patto di sangue (e di soldi) tra le ragazze e i loro sfruttatori: così ognuna di loro si prostituirà per ridurre il “debito” accumulato per giungere in Italia. In sintesi: pagano per arrivare all’inferno, il loro inferno. A fare due conti, il vortice di cifre è da capogiro: secondo i dati forniti dalle organizzazione umanitarie, nel 2016, sarebbero cinquemila le donne giunte in Italia e “destinate” alla prostituzione di strada.

Ciascuna di loro ha un “debito” medio di trentamila euro: parliamo di un business criminale da 150 milioni di euro solo nell’ultimo anno. Impossibile, quindi, che Cosa nostra e ‘ndrangheta siano rimaste estranee a questo giro di soldi, soprattutto laddove sono diventate “terre di approdo”. Ne sono convinti i magistrati che hanno dato nuova linfa agli inquirenti che stanno provando a capirne di più dalle tante testimonianze che queste donne rendono una volta “liberate”. Ma sono solo una percentuale bassissima: la maggior parte delle ragazze di Benin non tradiscono i loro sfruttatori per paura di ritorsioni alla loro famiglia in Nigeria. Si tratta di una mafia in piena regola che incute timore.

Così le Direzioni distrettuali calabresi e siciliane stanno indagando sui legami col territorio. Di chi sono gli appartamenti affittati in cui dormono (di giorno) queste donne? In quali zone della Città e della Provincia riesedono per la maggior parte? Se è vero che Reggio Calabria ha conosciuto un incremento, è altresì sotto gli occhi delle Forze di Polizia di come tantissime ragazze “vivono” nella Piana di Gioia Tauro. Un altro elemento che rafforza una tesi investigativa che vedrebbe le cosche del Mandamento Tirrenico – le stesse che hanno strettissimi rapporti con elementi di vertice di Cosa nostra, Sacra corona unita e camorra (come testimoniano alcune ultime inchieste) – in affari con i guerriglieri del Corno d’Africa.

Ipotesi, ma che inquadrano da un’altra prospettiva il fenomeno della prostituzione che dalla Nigeria trova sponda nei territori in cui vi è un radicamento malavitoso forte. Con la possibilità di poter trasferire nottetempo decine di esseri umani nelle grandi metropoli italiane. Dove saranno costrette a vendere i loro corpi sotto minaccia. Delle loro Maman e delle mafie italiane.

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