accedi | registrati | 21-11-2017

Il direttore diocesano della Caritas legge l’attuale situazione di disagio tra nuove povertà e antiche paralisi

L’assistenzialismo non genera cambiamento

di Antonino Pangallo 08/10/2017

«Potranno queste ossa rivivere?» (Ez 39, 3). È questa la domanda pressante che Dio fa al profeta Ezechiele dinanzi ad una distesa di ossa inaridite. Prima che lo Spirito, attraverso la parola profetica, faccia riprendere forma al deserto, il profeta è messo alla prova. Anche noi oggi viviamo una simile esperienza dinanzi alla smisurata valle di fragilità ed alle ferite aperte dalle vecchie e nuove povertà.

La globalizzazione nel nome del dio–mercato lascia sul campo schiere di poveri. Interi continenti premono alle porte del nostro mondo invecchiato, senza figli per il futuro.

Sembra che la speranza stia morendo arretrando dinanzi al grido di chi urla la paura, dinanzi all’inerzia di una città che sembra nuovamente scivolare verso l’inverno.

C’è bisogno di invocare lo Spirito. Senza cadere nelle lamentazioni occorre guardare le ossa inaridite e riconoscere il soffio della speranza.

In primo luogo, siamo dinanzi ad un mondo che muore.

L’occidente ha perso vitalità dal momento che il tasso di natalità non accenna a crescere ed aumenta il numero degli anziani. Questa situazione porrà nei prossimi anni seri problemi al ricambio generazionale. Una società che non genera è destinata al decadimento e alla morte.

Chi si prenderà cura della schiera di anziani isolati? Chi incoraggia con sostegni concreti i giovani a mettere su famiglia e a generare?

Inoltre, il blocco del mondo lavorativo e l’insicurezza sul futuro pongono il mondo giovanile in una fase di stallo mentale e spirituale. Oltre a porre la questione sicurezza dinanzi a fenomeni di bullismo, devianza e dipendenza, occorre considerare che senza nuove vie una intera generazione sembra bruciata. Molti sono coloro che né studiano né cercano più un lavoro.

La famiglia dovrebbe essere sostenuta a tutti i livelli, riconoscendone la portata di primigenia cellula del tessuto sociale e civile. Appare ancora prevalere, invece, una politica più preoccupata di salvaguardare i diritti dei singoli che offrire un sostegno al tessuto familiare con un approccio globale.

Su questo fronte non possiamo non considerare l’approvazione del Rei (Reddito di inclusione sociale, ndr) come una conquista di civiltà. Chi sta accanto ai poveri, come i volontari dei centri di ascolto, sa bene quante famiglie siano in attesa di una boccata di ossigeno per almeno poter pagare le utenze e mangiare. Certamente il reddito di inclusione non dovrebbe rispondere a logiche di assistenzialismo, per questo è previsto un progetto familiare di inclusione e di impegno. Purtroppo i servizi sociali, forse oberati di lavoro e con poche risorse, ad oggi quasi per nulla hanno coinvolto altri patners per tali progetti familiari. Le famiglie povere torneranno a bussare alle porte della Chiesa.

Rischiamo di perdere una occasione unica per tessere una rete inclusiva tra più soggetti. Ci chiediamo per quale motivo processi normali di rete tra pubblico e privato sociale, tra mondo civile ed ecclesiale (Caritas) debbano essere quasi impossibili sotto il 38° parallelo? Eppure lo Spirito soffia dal momento che tanti volontari si prendono cura di tante situazioni di povertà estrema con tenerezza e tenacia. Ci chiediamo cosa sia rimasto dei decantati gesti di attenzione per i senza fissa dimora durante il freddo invernale!

Dobbiamo aspettare l’inverno per vedere aprire un centro di accoglienza? Un centro più grande per accogliere anche le donne speriamo di poterlo realizzare con le sole nostre forze. Tra le illusorie chimere pullulano i centri scommesse ed il gioco di azzardo cresce come vera e propria piaga sociale.

L’illusione di un colpo di fortuna appanna ed estingue le poche risorse economiche fino a far sprofondare nell’usura.

Eppure lo Spirito soffia dal momento che comunità terapeutiche e volontari cercano di dare risposte al disagio dell’indebitamento e della dipendenza da gioco.

E per noi del Meridione la cappa nebbiosa del potere criminale mafioso, con le alleanze trasversali nel mondo occulto di alcune logge deviate, di una politica pronta a fare favori in cambio di una manciata di voti, costituisce un’ulteriore zavorra.

E dinanzi a questo mondo il fenomeno migratorio sembra diventato una ossessione. Mondi di poveri premono alle nostre porte. L’opportunità di rigenerare il tessuto umano europeo sembra cedere il passo al grido di chi usa la paura per fare leva sulla pancia degli elettori e delle loro paure. Il dibatto sullo Ius soli è emblematico. Quanto ci vorrà affinchè si stabiliscano canali legali per l’ingresso senza il flusso infinito dei barconi e dei mercanti di carne umana? La storia giudicherà quello che sta avvenendo in Libia con la benedizione di tanti.

«Potranno queste ossa rivivere?», sembra impossibile che ci possa essere una svolta. Papa Francesco durante l’udienza di mercoledì 26 settembre ha indicato la strada: «La speranza è la spinta nel cuore di chi parte lasciando la casa, la terra, a volte familiari e parenti – penso ai migranti – per cercare una vita migliore, più degna per sé e per i propri cari. Ed è anche la spinta nel cuore di chi accoglie: il desiderio di incontrarsi, di conoscersi, di dialogare. La speranza è la spinta a ‘condividere il viaggio’, perché il viaggio si fa in due: quelli che vengono nella nostra terra e noi che andiamo verso il loro cuore, per capirli, per capire la loro cultura, la loro lingua. È un viaggio a due, ma senza speranza quel viaggio non si può fare».

È proprio oggi che occorre sognare e lavorare per una globalizzazione spirituale. Occorre continuare a profetizzare sulle ossa affinchè possano riprendere vita, ritrovare la connessione, attuare reti e non solo enunciarne il bisogno.

Forse il deserto crescerà ancora e le ossa in parte si sgretoleranno, ma a tutti noi rimane il compito di non cedere allo scoraggiamento. Lo Spirito agisce ancora oggi. Ancora di più occorre percorrere strade di inclusione oltre la tentazione di ostentare il bene o di cedere al silenziatore ufficiale che vede nella chiesa un grillo parlante scomodo.

Avremmo bisogno di una politica altra e non la pseudo– politica degli slogan, delle battaglie dei fuochi incrociati, incapace di sognare e costruire il mondo nuovo, bloccata dinanzi alla gestione dell’ordinario. Abbiamo bisogno di una politica capace di ascolto e di confronto con la gente, con la base e con i corpi intermedi senza chiudersi nell’Olimpo dei palazzi del potere. Abbiamo bisogno di meno oligarchia burocratica che tutto stritola. Siamo preoccupati dinanzi alla superficialità con la quale viene gestito il mondo del welfare. Senza l’inclusione dei cittadini poveri non solo si appesantisce il corpo sociale ma si incentiva una bomba sociale.

Oggi, da questa città del Sud Italia, desideriamo dire con forza che crediamo nella forza del bene, nella creatività dello Spirito e nel nuovo che avanza nell’oscurità. Noi siamo con papa Francesco e senza timore lo diciamo a voce alta: desideriamo continuare ad essere con il cuore e le braccia aperte, pronti a collaborare con tutti coloro che hanno a cuore l’uomo, soprattutto se povero o fragile. Il futuro della nostra chiesa passa anche dalla capacità di rinnovarsi all’interno, non tanto nella sua struttura quanto nella capacità di innescare processi, di ridire con la vita e con la parola, la gioia del vangelo che apre al cielo e spinge ad allargare gli orizzonti del cuore verso una rinnovata capacità di dire la carità di Dio.

A chi costruisce muri anche invisibili preferiamo chi costruisce ponti ed ancor più chi apre orizzonti.

* direttore Caritas Reggio Calabria – Bova

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