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A colloquio con il neo presidente Giuseppe Nucera, da pochi giorni insediatosi alla guida degli industriali reggini

Racket, poche denunce? «Servono più garanzie»

di Davide Imeneo 10/10/2017

Cambio di guardia a Confindustria. A guidare gli industriali reggini sarà Giuseppe Nucera che abbiamo incontrato pochi giorni dopo il suo insediamento.

Fare impresa in Calabria, secondo il Procuratore Cafiero De Raho, vuol dire avere il coraggio di denunciare i collusi. Lei è d’accordo?

Io ho partecipato all’incontro con De Raho richiesto da Confindustria. Noi imprenditori abbiamo dato la nostra disponibilità a collaborare, però abbiamo anche evidenziato i rischi che corriamo perché ormai c’è il sospetto su tutti. Ci vogliono delle garanzie, come una camera di compensazione, affinché sia tutelato il nome di chi ha fatto la denuncia fino alla chiamata in Tribunale. Il problema è molto serio e delicato. Io ho invitato nel mio progetto due imprenditori vittime di mafia che vivono sotto scorta, un messaggio chiaro nonostante la battaglia sia difficile. Oggi, tuttavia, abbiamo una magistratura attenta, quindi anche noi imprenditori dobbiamo fare la nostra parte in questa battaglia di sensibilizzazione alla legalità.

Il problema è culturale, prima ancora che di ordine pubblico. Perché – dal suo punto di vista – in Calabria, ad esempio, non esiste un vero movimento antiracket?

Io non so se un comitato antiracket possa essere uno strumento in grado di fornire un contributo. Tutte quelle iniziative che nascono dalla società civile vanno aiutate, senza irreggimentarle per ottenere contributi. Bisogna trovare formule giuste e, come Confindustria, sarò accanto ad un comitato che vuole fare la battaglia contro le mafie. Però, consentitemi un distinguo, mettere un’etichetta di antiracket sembra essere ormai più un fatto di professionismo, nei confronti del quale c’è molta diffidenza. Bisogna stare attenti a non creare paladini perché poi la tentazione non è sempre facile da vincere. La lotta deve essere realmente delle associazioni. La Confcommercio, ad esempio, può stare accanto ai commercianti con iniziative di sostegno alla denuncia.

C’è chi dice, poi, che la prima denuncia andrebbe fatta verso la burocrazia. Come nel caso dei fondi europei o degli appalti pubblici. Demagogia o problema reale?

La burocrazia, nella sua degenerazione, io la paragono a una mafia altrettanto pericolosa perché molte aziende soffrono proprio per una carenza di sensibilità da parte di un sistema che si auto–incrementa nel momento in cui si trova un funzionario che, piuttosto che assumersi le proprie responsabilità, pensa di salvare il proprio operato, aggiungendo ostacoli. L’imprenditore corre due rischi: quello di chiudere l’azienda per fallimento o di morire d’infarto. È un problema molto serio e che in Calabria blocca lo sviluppo. Finanziamenti che potevano essere chiusi nell’arco di uno o due anni, ne durano cinque o sei, ma, nel frattempo, l’impresa deve lavorare e il progetto perde d’attualità e di potenziale.

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