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A piccoli passi

Le denunce e l’impero economico delle ’ndrine

di Ennio Stamile 17/10/2017

Dal report annuale che la Fondazione antiusura “Dimensione uomo” leggiamo alcuni dati davvero preoccupanti che il sistema della nostra economia malata o che “uccide” – come l’ha definita più volte Papa Francesco – non solo non riesce a risolvere, ma contribuisce ad incrementare quella sorta di “impero” economico che le mafie hanno consolidato. In tale documento, vengono presi in esame e messi a confronto da un lato il rap- porto Istat del 2016 ove si legge che più di un quarto della popolazione italiana è a rischio di povertà ed esclusione sociale; l’11,5% degli italiani vive in condizione di grave deprivazione materiale; l’11,7% vive in famiglie a bassa intensità di lavoro; il 39% circa non ce la fa a sostenere una spesa imprevista di 800 euro; il 15% circa si trova ad avere arretrati per un mutuo, affitti, bollette o altri debiti simili; 350.000 sono le sentenze di sfratto negli ultimi cinque anni in Italia per morosità incolpevole. Dall’altro lato diverse inchieste giudiziarie di varie procure antimafia, dal nord al sud del Paese, ci dicono che nel periodo 2014–2016 una sessantina di clan mafiosi, sono stati impegnati nel mercato del prestito a strozzo; imprenditori e commercianti in difficoltà a cui sono stati prestati poco più di due milioni di euro con un ritorno di liquidità di più del doppio del denaro investito. Il boss ‘ndranghetista di Desio, Giuseppe Pensabene che tutti chiamavano il “Papa”, utilizza queste testuali parole che ci fanno comprendere la gravità del problema. Ad uno dei suoi sodali in una intercettazione telefonica dice: «Io sono una sorta di Banca d’Italia. Dobbiamo essere come polipi ci dobbiamo agganciare dappertutto, i tentacoli devono arrivare dappertutto. Non è che i lavori che facciamo noi siano da ‘ndrangheta?». Mafie, certo ma anche legami con personaggi insospettabili, e ombre della massoneria. «Hanno molte attività economiche anche pulite, gestite da persone insospettabili», riferisce un pentito agli inquirenti della Dda di Torino. “«Ho un problema su Roma, qualsiasi tipo di problema, loro hanno il dovere, siccome è una massoneria, cioè uno, quando uno di noi ha un problema, si devono mettere a disposizione. E devono risolverlo il problema», si dicono al telefono due affiliati allo stesso clan. Altri dati ci fanno riflettere, sul sistema “imperiale” posto in essere dalla ‘ndrangheta in Calabria: circa il 75% delle imprese o di chi esercita un’attività commerciale nella nostra regione paga il pizzo, con punte del 98 % sul territorio reggino. Libera è impegnata a fronteggiare tale annoso problema, con l’iniziativa ReggioLiberaReggio, La libertà non ha pizzo, una campagna antiracket e di consumo critico promossa dal coordinamento territoriale reggino, che mira a restituire speranza e a costruire spazi di economia legale. «Non più navigatori solitari ma un coordinamento che serva a saldare, per unire forze e competenze, con il carburante della speranza e non della rassegnazione passiva per un futuro che verrà, orientandoci attraverso la bussola della giustizia». Il senso della campagna è racchiuso in queste parole di Don Ciotti. Servono fatti concreti e non polemiche. Le affermazioni di Gerardo Dominijanni, «a Reggio ci sono troppi parrini e pochi sacerdoti», contribuiscono a ingenerare confusione, ancor di più quando si ricorre ai paragoni con i sacerdoti impegnati in Libera. Ebbene, lo stesso Quotidiano che ha riportato le parole del magistrato, ha poi anche travisato anche il senso delle mie parole addirittura ricorrendo al solito titolo ad effetto: «Libera contro i magistrati». Siamo alla deformazione del giornalismo, più preoccupato agli effetti speciali che hai contenuti. Ho semplicemente voluto precisare che l’intervento di Dominijanni non solo non aiutava a leggere la verità dei fatti, perché sull’assenza del vescovo Morosini da lui lamentata venivano omessi particolari importanti come ad esempio la mail inviata dallo stesso. Veniva altresì del tutto disatteso l’impegno che molti sacerdoti nel silenzio e senza clamore mediatico, operano ogni giorno in ambienti davvero difficili attraverso azioni pastorali concrete tese ad educare le coscienze, ad aiutare persone in difficoltà e molto altro. I paragoni meglio evitarli, altrimenti si rischia di idealizzare l’impegno di coloro che operano in Libera, contribuendo a divulgare il falso desiderio di eroi che abbiamo soprattutto in Calabria, a scapito di quei tanti che nel nascondimento e nella fatica della quotidianità operano nelle parrocchie. I sacerdoti e i tantissimi laici impegnati in Libera, non fanno nulla di straordinario. Tentano di attualizzare gli scopi associativi tenendo conto dei diversi contesti in cui l’Associazione opera. Ogni qualvolta leggo o partecipo ai vari premi consegnati anche ai magistrati, vengo preso dal dubbio che in Calabria abbiamo perso di vista la differenza che pure esiste tra ciò che è davvero straordinario ciò che non lo è.

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