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Economia illegale: fatturato da un miliardo e mezzo di euro

La parte di finanza che vive nell’ombra ha raggiunto nel 2015, ultimo anno disponibile, il 12,6% del Pil

di Andrea Casavecchia 19/10/2017

C’è un cono d’ombra nel sistema economico italiano. Lo compongono le diverse attività che sono invisibili ai conti nazionali: attività remunerate non dichiarate al fisco, lavoro parzialmente o totalmente irregolare, affitti in nero, fino ad arrivare ai traffici illegali.
Una rilevazione Istat porta alla luce questa zona buia. Nel 2015 si arriva quasi a un miliardo e mezzo di euro. La porzione più rilevante è relativa alla “sotto-dichiarazione” del fatturato che pesa per il 44,9% ad essa si aggiunge il lavoro irregolare che arriva il 37,3%. Il rimanente si ripartisce tra altre pratiche di “nero”, come la mancata dichiarazione di tenere una casa di proprietà in affitto, e attività propriamente illegali, rispettivamente l’8,6% e l’8%.
La parte di economia che vive nell’ombra ha raggiunto nel 2015 ultimo anno disponibile, il 12,6% del Pil. Anche sottraendo la parte composta dalle attività illegali vere e proprie (traffico di stupefacenti, prostituzione, contrabbando di tabacco) che sono state stimate.
Il dato rimane impressionante, perché se quella fetta di economia fosse portata alla luce, il gettito fiscale, che ne deriverebbe, garantirebbe la possibilità di finanziare diverse politiche: tra cui l’estensione del reddito di inclusione sociale a tutti gli aventi diritto e misure a favore delle famiglie (come ha prontamente segnalato Francesco Riccardi su Avvenire).
C’è però anche un’altra questione e riguarda tutte quelle pratiche di confine, come la sottodichiarazioni e una quota del lavoro sommerso. Parte di quel sommerso, infatti, rivela una difficoltà delle persone a riuscire ad andare avanti. Non ci si può nascondere che molti cittadini lottano per arrivare a fine mese, come molte aziende che, specialmente quelle medio piccole, combattono per poter pagare i loro lavoratori. Limare qualche centinaia o migliaia di euro può essere determinante per la loro sopravvivenza.
Tuttavia non bisogna dimenticare che dentro questi comportamenti c’è da una parte un problema di fiducia verso le istituzioni, che non sono reputate in grado di attuare una redistribuzione equa. Dall’altra un problema di scarsa solidarietà, che deriva da un’educazione civica purtroppo povera, perché molti cittadini, con i loro comportamenti, rivelano un disinteresse verso la condivisione delle risorse. Essere pagati fuori busta o non richiedere una ricevuta sono azioni che portano a un guadagno immediato per tutti i protagonisti (azienda e dipendente, cliente e libero professionista), ma hanno conseguenze sull’efficienza e la qualità dei servizi di cui tutta la comunità usufruisce: dalla pulizie delle strade alla sicurezza pubblica, dagli ospedali ai trasporti urbani.
Senza un’iniezione di fiducia verso le istituzioni e la crescita di solidarietà tra cittadini, che eccede le reti di comunità ed è diretta alla costruzione di un bene comune, l’economia sommersa non tornerà alla luce.

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