accedi | registrati | 22-11-2017

Le mille Melito

Violenza, rischio assuefazione

di Francesco Ognibene 28/10/2017

Storditi come siamo dall’incalzare di cronache su fattacci che parlano di degrado umano e morale, di marginalità e sopraffazione, ci sentiamo istintivamente indotti a sottrarci al confronto con la realtà, quasi che il racconto dell’eccesso di violenza e dolore – spesso così inutilmente descritto nei più torbidi dettagli da media che aggiungono indifferenza all’umiliazione – ci esimesse da un confronto con la nostra coscienza. In fondo, noi che c’entriamo? La realtà guardata attraverso lo schermo di uno smartphone assume le sembianze di una messa in scena – comica o tragica – della quale diventiamo impotenti spettatori. Ma sappiamo che così non è, i fatti non sono riducibili a bit, le persone con il loro carico di interrogativi non svaniscono spegnendo la televisione. La vita vera è carne e polvere, domande e inquietudini che non si lasciano archiviare come un file. Vicende come quella – tristissima – di Melito fanno parte integrante di questo scenario così caratteristico della cultura del nostro tempo. Nulla come la ferita aperta da giovani che mostrano di non sapere che farsene della più elementare dignità di una loro coetanea interroga l’idea che abbiamo dell’educazione come responsabilità che ci riguarda tutti: perché ciascuno educa ed è educato, ma anche perché siamo parte di una società che non può disinteressarsi collettivamente del destino dei suoi membri più giovani e vulnerabili, quasi si fosse persuasa che crescono da soli e che rendendoli (o credendoli) adulti assai prima del tempo fosse cessato ogni nostro impegno nei loro confronti. Educazione vuol dire responsabilità. Alla corte di giustizia spetta ora decidere se comminare una condanna, e di che entità. A noi il dovere di rispondere alla corte della nostra coscienza: a quale comunità umana e civile intendiamo dar vita? Quale parola, idea, valore, azione pensiamo di poter spendere perché i figli nostri e di tutti non riescano più a concepire azioni brutali e ciniche che ricordano la “banalità del male” descritta da Hannah Arendt? Le sentenze possono sanare l’attesa di giustizia formale, ma non crediamo di poter appaltare ai tribunali l’intero perimetro di questo come di altri casi. Perché non ci sentiamo più, tutti insieme, educatori gli uni degli altri? Perché non avvertiamo come una sconfitta che deve farci riflettere tutti insieme, e tutti insieme agire, il comportamento così spaventosamente crudele di alcuni dei più giovani della nostra comunità? E com’è possibile che proprio nella formazione agli affetti, al rispetto dell’altro, alla protezione del prossimo più esposto, nel cuore stesso dell’umanità, si sia aperta una voragine davanti alla quale sembriamo letteralmente non sapere che fare e cosa dire? I media ubiqui e invadenti ci hanno moltiplicato gli occhi al prezzo di toglierci anima e parola? Eccoci al punto: le mille Melito d’Italia ci sono date perché non si spenga la domanda decisiva: siamo capaci ancora di educare a ciò che è essenziale, alla relazione genuinamente umana, al dialogo tra un maschile che immagina e plasma il mondo e un femminile che lo custodisce e lo accoglie così com’è dato? Sappiamo riconoscere nella differenza tra donna e uomo un progetto che, ribelle a stereotipi fuori dalla realtà, attende di essere esaltato e assunto nella sua capacità generativa di una società dove ognuno può essere fino in fondo ciò che realmente è? Famiglia, scuola, parrocchia, quartiere, paese, associazione, gruppo: ecco dove si tesse ogni giorno per l’opera delle nostre scelte e dei comportamenti che sappiamo esprimere e testimoniare la trama di un mondo nel quale tutti sono rispettati e incoraggiati a dare il meglio di sé. Nessuno, in questo formidabile impegno, può farcela da solo. Vale sempre la pena ricordarci delle parole che il Papa consegnò il 10 maggio 2014 in piazza San Pietro alla scuola italiana, citando un proverbio africano: “Per educare un figlio ci vuole un villaggio”. Per educare un ragazzo – aggiunse – ci vuole tanta gente. Tutti. Perché tutti sono figli della società umana di cui ognuno di noi è parte viva.

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