accedi | registrati | 21-11-2017

Sono 3,2 milioni i giovani che non hanno un lavoro pur avendo concluso gli studi

Giovani, il giogo del lavoro intermittente

Per i giovani posti part-time o a termine. E grazie agli amici

di Redazione Web 28/10/2017

Da Cagliari - Nicola Pini

Le difficoltà di trovare un impiego, la 'solitudine' sul mercato del lavoro, l’occupazione che viene e che va all’insegna di un precariato diffuso, l’istruzione spesso insufficiente ma anche, al contrario, la sottoutilizzazione del capitale umano da parte delle aziende. Neanche a farlo apposta nel bel mezzo della Settimana sociale dedicata al 'lavoro degno' l’Istat sforna un rapporto sull’occupazione giovanile che conferma buona parte delle ombre e delle criticità emerse nei lavori di Cagliari. A partire dal fatto che un gran numero di giovani è senza lavoro pur avendo concluso gli studi (3,2 milioni), molti hanno un posto instabile e il 40% circa è disposto a trasferirsi, anche all’estero, pur trovare un ruolo attivo nella società. Cifra che è il presupposto della crescente fuga dall’Italia di braccia e dei cervelli. La ricerca conferma anche come la strada per trovare un impiego passi molto spesso dalla segnalazione da parte di parenti e conoscenti e poco da canali più formali. Cosa che stupisce poco e non già per la persistenza del vizio italico della raccomandazione, quanto per il fatto che le istituzioni pubbliche sono assenti o quasi. Con buona pace delle 'politiche attive', nel 2015 solo il 12% dei giovani ha ricevuto qualche forma di aiuto da parte di enti pubblici. Difficile in questo contesto non cercare (Poletti dixit) la partita di calcetto.

La formazione insufficiente. Il 44,6% dei giovani tra i 15 e i 34 anni (sono 7,7 milioni) ha effettuato una qualche forma di lavoro durante gli studi. Si tratta nella maggior parte dei casi di stage e tirocini, senza retribuzione. Ma il meccanismo è sbilenco perché oltre un terzo delle attività non erano inerenti al percorso di studi. Tra i giovani sotto i 35 anni usciti dal sistema di istruzione quasi il 30% si è fermato alla licenza media, il 52% è diplomato e solo il 18,7% una laurea. L’abbandono precoce degli studi è dunque troppo elevato, specie tra i maschi. E ha caratteri 'ereditari': il 56% dei figli di laureati ha la laurea o almeno il diploma (25,6%), mentre solo il 7,6% di chi proviene da famiglie con bassa istruzione è laureato e ben il 44% ha la licenza media. Così l’ascensore sociale resta bloccato.

L’ingresso difficile.  Una volta finiti gli studi cominciano le difficoltà perché manca un sistema di supporto alla ricerca del lavoro: solo il 15% dei disoccupati e il 6,5% degli inattivi che sarebbero disposti a lavorare ha ricevuto una qualche forma di supporto pubblico. Il tasso di occupazione tra i 15 e i 34 anni è indicato dall’Istat al 40,6% ma restringendo il focus solo sui giovani già usciti dal circuito scuola-università la percentuale sale al 60%. Il che equivale a dire che quattro su dieci potrebbero lavorare ma non lo fanno. Si tratta di 3,2 milioni di giovani, molto più dei 2,3 milioni di Neet (né studio né lavoro) calcolati, secondo i parametri Ue, tra gli under 25 anni. Qui torna poi il nodo della insufficiente istruzione perché tra chi ha la licenza media i non occupati sono il 53% tra i laureati scende al 28%, percentuale che peraltro, sottolinea l’Istat, resta insoddisfacente.

L’allarme precarietà. La ricerca conferma l’alta incidenza nel mondo giovanile del lavoro che un tempo si chiamava 'atipico' e oggi sta diventando normale. Condizione diffusa specialmente, pare una beffa, tra i più istruiti, che lamentano anche nel 38% dei casi di svolgere mansioni inadatte al loro 'titolo'. Tra gli occupati 15-34enni il 28,2% ha un’occupazione termine o una collaborazione e il 55% a tempo indeterminato. Ma la condizione di precarietà interpella anche quel 16,6% di lavoratori autonomi, che sono diffusi soprattutto nel Sud (20,5%). Altra forma di sottoutilizzazione della disponibilità al lavoro è il part time, che riguarda un giovane occupato su quattro e che nel 77% dei casi è involontario. Infine, restringendo l’analisi ai primi due anni dall’uscita dagli studi la quota dei lavoratori a scadenza è maggioritaria: tra i laureati riguarda il 52% e tra i diplomati ben il 64%. Una precarietà sempre più 'tipica'.

I temi posti dal dossier Istat confermano le preoccupazioni emerse qui a Cagliari alla Settimana sociale. E rafforzano l’esigenza di cambiare strada. Nel documento base della discussione si indica infatti la necessità di rafforzare la filiera dell’istruzione e della formazione professionale, che deve diventare un pilastro delle politiche pubbliche, al contrario di quanto sta avvenendo adesso con il ridotto sostegno all’apprendistato duale. Ancora, va rafforzata la rete di protezione sociale universale per «rimettere in pista gli scartati», che non di rado oggi sono anche tra i giovani. Senza dimenticare le garanzie e i diritti che vanno assicurati ai nuovi lavoratori della Internet economy.

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