accedi | registrati | 21-11-2017

Dominijanni non molto tempo rilasciò una dichiarazione che divise molto. Gli chiediamo se ne è ancora convinto

Il pm: «Più parrini che sacerdoti? Nessun giudizio, ma stimolo»

di Davide Imeneo 01/11/2017

«La ‘ndrangheta è vista come un cancro del territorio, purtroppo manca totalmente una mentalità anti– corruzione. La mazzetta, la bustarella, il favore è visto come un dato normale e non antigiuridico. Questo è un dato di fatto e lo dico da calabrese e reggino: il rivolgersi “all’amico” è qualcosa di assolutamente normale». Ad affermarlo è il Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Gerardo Dominijanni, originario della Locride e che da trent’anni si occupa di ‘ndrangheta in Calabria, che sottolinea come tanti piccoli cambiamenti possono concretizzarsi solo con scelte di campo radicali. Ne fornisce un esempio: «Se le associazioni antimafia non si sovvenzionassero con i soldi pubblici, questo sarebbe un ottimo punto di partenza. Devo dire che la tendenza generale della politica quella di legittimarsi rispetto all’opinione pubblica proprio attraverso il finanziamento a questi movimenti». Eppure, a proposito di movimenti, a Reggio Calabria manca uno contro lo estorsioni. «Sa quale è un paradosso? Che un’associazione antiracket di Lamezia Terme era presieduta da una imprenditrice reggina. Il problema è la mentalità: si pensa sempre di risolverla con le risorse “alternative”».

Il Procuratore aggiunto è dinamico, ci colpisce come nel suo ufficio siano presenti frasi e foto tratte dall’ormai ventennale cultura antimafia scaturita all’indomani dell’eccidio di Capaci e via D’Amelio le cui vittime, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sono ricordate in un quadro del sesto piano del Centro Direzione di Reggio Calabria.

Proprio su questo versante vi è tendenza positiva; c’è una rinnovata consapevolezza che la ‘ndrangheta va combattuta e sconfitta. Anche su questo però, Dominijanni nutre qualche dubbio: «Statistiche alla mano posso sostenere che gran parte delle costituzioni come parte civile degli Enti Locali nei processi di mafia finiscono con un nulla di fatto. Andiamo a verificare se vi è una concreta esecuzione della condanna, ossia se provano ad incassare quanto gli è dovuto. Sono stati mai liquidati, dal soggetto condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso, i fondi determinati dal giudice come indennizzo? Purtroppo queste operazioni rimangono soltanto su un livello mediatico».

Ma questo è solo un esempio, come molti altri che evidenziano una volontà solo superficiale di affrontare il tema della corruzione in un territorio di ‘ndrangheta: «Ha mai contato il numero di varianti in corso d’opera dei grandi appalti? Quel ricalcolo non è altro che l’evidenza di una tangente da dover pagare. Il costo del pizzo, in questi casi, si riverbera sulle casse pubbliche. Eppure la tecnica ingegneristica ormai è capace di prevedere qualsivoglia imprevisto. Ovunque, ma non a Reggio Calabria».

Se le Istituzioni giocano “a nascondino”, se i giovani sono costretti ad emigrare per trovare maggiore fortuna, allora è sempre più chiaro che occorre una svolta culturale. La Chiesa reggina ci sta provando, eppure Dominijanni non molto tempo fa dichiarò che a Reggio Calabria «ci sono troppi parrini e pochi sacerdoti».

Un’affermazione che divise molto. Gli chiediamo se ne è ancora convinto. «Ovviamente – spiega Dominijanni – il mio pensiero era (ed è) molto più ampio. Non era mia intenzione criticare la Chiesa reggina. Va premesso che in tutte le categorie, compresa quella dei magistrati, esistono persone che potrebbero fare di più, ma non lo fanno. Così come esistono magistrati che sono stati anche condannati per fatti gravi». Una precisazione che poi sviscera approfondendone i significati intrinsechi: «Sono convinto che la Chiesa abbia un grossa prerogativa: formare le coscienze. Ci sono parroci che lo fanno meravigliosamente; esistono altri – però – che vivono questo impegno di promozione della legalità in modo passivo. Forse non si da una buona testimonianza; ecco le mie parole erano da stimolo, non di condanna o di giudizio». Anche perché parlare di legalità in un contesto parrocchiale deve essere la normalità, ma chi conosce il territorio di Reggio Calabria sa come sia delicato districarsi in temi che necessitano di un’attenzione e di una formazione, caso per caso. «La Chiesa reggina ha subito degli attacchi gravissimi: questo è sintomatico di quanto sia difficile operare in questo contesto, soprattutto – conclude il magistrato – ponendosi, come si sta facendo, in modo univoco dalla parte della giustizia sociale».

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