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Arrivano le prime condanne al reparto di Ginecologia ed Ostetricia: tre anni e mezzo a due medici e un'ostetrica

Il Pm Di Palma: «Pure per nascere bisogna conoscere "qualcuno"»

di Federico Minniti 03/11/2017

Orrori al Centro nascite di Reggio Calabria, arrivano le prime condanne. A decretarle il Giudice monocratico del Tribunale reggino, Lucia Delfino, che ha accolto le richieste di Roberto Di Palma, pubblico ministero che ha condotto l'inchiesta. Tre anni e mezzo di reclusione all'allora primario del reparto di Ostetricia e Ginecologia, Pasquale Vadalà, al dirigente medico, Daniela Manuzio, e all'ostetrica, Giovanna Tamiro: tutti e tre condannati per omicidio del feto, avvenuto per colpa medica, e falso in atto pubblico.

L'esito, in primo grado, riguarda un troncone preliminare rispetto alla più nota “Mala Sanitas” che portò, nel marzo 2016, all'iscrizione nel registro degli indagati (e conseguente rinvio a giudizio firmato dal Gup) per ben 12 tra medici e sanitari del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria.

Un reparto, quello di Ostetricia e Ginecologia, che finì sotto la lente degli inquirenti già dal 2010, esattamente dalla fine di settembre. I magistrati hanno ricostruito le ore che intercorsero tra il 19 e il 20 settembre in cui Daniela Occhibelli, primipara alla trentottesima settimana di gravidanza, accompagnata dal marito, Giuseppe Opinato, si recò in ospedale. Durante la notte, Occhibelli si sentì male, alle prime ore della mattina diede alla luce il feto del figlio Domenico che però era già deceduto.

Una fatalità? Non secondo i periti che hanno ricostruito le “difficoltà” mediche: vi è una pigrizia – che secondo l'accusa è data principalmente da un interesse economico – che omette volontariamente il controllo certosino dei monitoraggi del battito cardiaco. La signora Occhibelli non è stata sottoposta ai tracciati di rito. Questa “leggerezza” provocò, per ipossia in utero, la morte del feto. «Qui si va avanti come clienti, non come pazienti», dirà Giuseppe Opinato commentato quanto accaduto alla moglie.

Non può essere stato un errore? Niente affatto, perché a pochi minuti dall'accaduto sopraggiunse la seconda notizia di reato confermata dal Giudice: il falso in atto pubblico.

«C'è una fretta immediata a “camuffare” la cartella clinica - spiega Di Palma ad Avvenire – vengono inseriti artatamente dei tracciati di un altro bambino per costituire la controprova di aver eseguito la prassi medica alla lettera». Così non è stato, come confermano le perizie del Tribunale di Reggio Calabria. Non l'unico dato probatorio a favore della pubblica accusa; ulteriori elementi sono conferiti dalle tante telefonate intercorse tra i colleghi e finiti agli atti del maxi-processo “Mala Sanitas”: «Dal racconto dell'episodio di diversi medici - dice il pm – si evince come i tre soggetti condannati siano stai materialmente coinvolti nei reati contestati. A tal proposito si apprende come l'ostetrica si soffermi a prestare le cure solo dietro la promessa di un pagamento “extra” da parte del marito della partoriente». Non servirà a molto: Giovanna Tamiro è troppo inesperta per seguire il caso, come la stessa ammette. Sul fronte medico, invece, nessun tipo di risposta se non un continuo rimpallo di responsabilità.

Ma perché si è ingenerato tutto questo? Il motivo è lapalissiano e aggrava le posizioni dei coinvolti. «È una “cliente” di Pasquale Vadalà», sosteneva Daniela Manuzio al telefono con un collega. Una “cliente” dello studio privato, per intenderci. Avere il ginecologo “amico” era una sicurezza per le partorienti che avevano la possibilità di pagare le onerose parcelle dei medici. Una iattura per chi, invece, non lo faceva. Così capita a Daniela Occhibelli con la dottoressa Daniela Manuzio che venne meno al suo dovere deontologico di intervento in quanto medico di turno.

La “divisione” delle partorienti era prassi consolidata presso il reparto del Grande Ospedale Metropolitano e questo non avveniva soltanto a livello di ginecologi, ma anche di ostetriche. Una pratica che ledeva pienamente i diritti dei pazienti. In caso di “incidente”, secondo i magistrati titolari dell'inchiesta, scattava la macchina della mistificazione dei documenti. «Anche per nascere, a Reggio Calabria, bisogna conoscere “qualcuno”», conclude il magistrato Di Palma.

La morte di Domenico Opinato è uno degli episodi che vengono contestati anche in “Mala Sanitas” a quella che, per la Procura di Reggio Calabria, era una vera e proprio associazione a delinquere costituita dallo staff medico e sanitario del reparto di Ostetricia e Ginecologia del Grande Ospedale Metropolitano.

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