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Da bambino a genitore, sempre sui gradoni del 'Granillo'

di Redazione Web 06/11/2017

Parlare della Reggina vuol dire un incrocio di sguardi tra un bambino degli anni ’80, un adolescente degli anni ’90, un giovane degli anni 2000 e l’adulto che oggi va allo stadio con i propri figli. Gli occhi del bambino vedono la gente ammassata sui gradoni di cemento, la salva di botti pirotecnici ai piedi della gradinata, il simulacro della Reg(g)ina portato in giro al suono di una grancassa, il personaggio travestito da arcivescovo coi paramenti rigorosamente amaranto, undici ragaz- zi che presero sulle spalle una città martoriata dalla guerra di mafia regalandole tanti attimi di gioia; l’adolescente ricorda la sofferenza dopo il grande sogno svanito ad 11 metri dal traguardo, una tifoseria appassionata, mai banale; gli anni 2000 videro le grandi folle, quando la Reggina permeava profondamente il vissuto della città e tutti, anche i più lontani dal pallone, partecipavano dell’affermazione di un territorio che, finalmente, vendeva il suo “grano”. In questi anni mi è capitato di vivere la curva; visto da vicino, ma dal di fuori, il mondo ultras appare difficile da comprendere e contraddittorio; un mondo di legami forti, ma anche il mondo dei campanili; un mondo in cui la stessa persona la settimana prima parte come volontario per il terremoto del centr’Italia e la settimana dopo cerca lo scontro con i tifosi avversari.

La nostra tifoseria non si è quasi mai resa protagonista di fatti gravi; è stata sempre colorata, festosa ed ironica, anche nelle sfide con i più acerrimi rivali; emerge, quindi, come nota stonata lo striscione apparso durante l’ultimo derby col Catania.

Vi è, a mio parere, non solo dentro le curve, ma anche nella società, una recrudescenza di violenza, verbale e non, e di insofferenza al diverso che ha tracimato gli argini; e chi si lamenta di eventuali eccessi verbali viene tacciato, in quel ring virtuale che sono i social, di “perbenismo” o di “buonismo”; sbaglieremmo, credo, se pensassimo che questo fenomeno sia appannaggio degli esagitati in curva; è qualcosa di più sottile e pervasivo. Sacrosanta è, certamente, l’azione repressiva contro chi si rende protagonista di condotte al di fuori della legalità; ma non basta solo questo; serve un’azione culturale a tutti i livelli.

La sola azione di polizia serve solo a fornire alibi e giustificare un malinteso «eroismo» da «liberi pensatori contro la repressione »; c’è necessità di creare dei canali comunicativi con questi giovani, condizionati al rispetto di regole certe.

Canta un vecchio coro della curva: «ricordo quand’ero fanciullo, sognavo una maglia e un pallon»; senza indulgere in nostalgie, serve educare le nuove generazioni alla gioia della partecipazione e della sfida leale.

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