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Commento al vangelo della Domenica

Misericordia e giustizia, qual è il dono di Dio?

Riflessione, XXIV domenica del tempo ordinario anno C

di Stefano Ripepi 29/08/2016

Davanti alle conseguenze del peccato l’uomo sofferente invoca Dio, la sua misericordia e la sua giustizia, anche se a volte fatica a conciliare questi due attributi divini li chiede ugualmente. Davanti al peccato dell’altro è quasi istintivo desiderare la giustizia, davanti al proprio, invece, sperare nella misericordia. Tenendo presente che nella maggior parte dei casi ha già deciso in cuor suo che cosa sono la giustizia e la misericordia, l’uomo chiede a Dio di adeguarsi a questa decisione che distingue la giustizia dalla misericordia, come se non fossero proprietà esclusive di Dio. Ma cosa fa Dio davanti al peccato e davanti al peccatore? Sono tante le risposte che vengono dalle storie della Bibbia, poiché essa raccontando di Dio e dell’uomo necessariamente racconta del peccato e del perdono. Quando Dio si trova davanti al peccato chiama l’uomo a guardare la sua miseria, lo rende partecipe della decisione e del rimedio che sta per prendere, lo invita a mettersi insieme a lui davanti all’uomo peccatore. Uno dei primi esempi di questo modo di agire è l’episodio di Sodoma e Gomorra, Dio chiama Abramo e gli rivela la gravità del peccato delle due città. Mentre i pellegrini che avevano visitato Abramo stanno andando verso Sodoma, il Signore «sta davanti» al patriarca come se volutamente attendesse da lui una decisione sul da farsi. Abramo inizia la sua intercessione facendo leva sulla giustizia di Dio proprio perché Egli è giusto non potrà sterminare il giusto con l’empio. Il Signore accoglie la sfida e allarga il concetto di giustizia, rivelando che non solo non sterminerà il giusto con l’empio, ma che se a Sodoma troverà cinquanta giusti, per riguardo a loro perdonerà tutta la città. Lo stesso modus operandi di Dio ci viene raccontato anche dal libro dell’Esodo, davanti al peccato del popolo, che si è fatto costruire da Aronne il vitello d’oro. Dio chiama in causa Mosè e insieme si pongono innanzi al peccato e al peccatore. Alla minaccia di Dio di distruggere il popolo, Mosè non gli ricorda la giustizia degli uomini, ma il giuramento che egli stesso aveva fatto ai patriarchi. La volontà di Dio si manifesta e si realizza pienamente quando Gesù incontra il peccato e i peccatori. Così inizia il capitolo quindici del vangelo di Luca. I farisei contestano a Gesù la sua presenza in mezzo ai peccatori: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». L’accusa e il rimprovero non sono fatti a Dio e alla sua giustizia, ma a Gesù. Allora perché Gesù racconta una parabola sulla misericordia del Padre? Forse perché attraverso questa parabola Gesù vuole comunicare che la natura di Dio si manifesta attraverso il suo agire salvifico. Solo Gesù poteva raccontare questa parabola, poiché egli è l’unico che conosce Dio e lo può rivelare attraverso la sua opera redentrice. La parabola è composta da tre racconti complementari che narrano l’atteggiamento di Dio davanti al peccato e alla presunta giustizia dell’uomo che vuole sindacare sull’agire di Gesù Cristo. Davanti a qualcosa che si perde, e con finezza il narratore non spiega il motivo per cui il figlio minore si è allontanato dal Padre perché ognuno di noi possa prendere coscienza del suo peccato, Dio si mette alla ricerca, che prima di essere un’azione concreta è una disponibilità delle viscere che vengono private della gioia di ciò che hanno generato, nutrito e partorito. Nei primi due racconti, infatti, il narratore sottolinea proprio questo, la gioia che viene restituita dal trovare quello che si era perduto, e se alla fine del racconto iniziale, la storia del pastore e della pecora, la gioia viene causata dalla conversione del peccatore (era perduto ed è stato ritrovato), in relazione alla mancanza di bisogno dei presunti novantanove giusti, nel secondo, la storia della donna e delle dracme, in modo progressivo la festa è legata esclusivamente alla conversione del peccatore senza nessun riferimento ai giusti. Nel terzo racconto, infine, la vicenda del Padre e dei due figli, il motivo della gioia e della relativa festa viene ripetuto per ben due volte dalla bocca del padre: «Poiché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»; alla fine della parabola ritorna la stessa frase con una variante di non poco conto: «questo tuo fratello» al posto di «questo mio figlio». Dio mette davanti ai presunti giusti, il peccato e il peccatore e chiede ancora una volta di entrare in quella casa che è la sua, come Lui attraverso Cristo è entrato nella storia. La risposta di Gesù ai farisei, e a tutti coloro che si ritengono giusti davanti a Dio, viene definita con le parole del Padre alla fine della parabola, in cui l’essere figlio e l’essere fratello sono esclusivamente frutto della volontà di Dio Padre e dell’incarnazione, della morte e risurrezione di Gesù Cristo suo Figlio, diventato giustizia per gli uomini e degli uomini.

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